Album: il condizionamento sociale che porta alla morte

A cura di Raffaella Scorrano

Nell’ambito del Festival del cinema Europeo, svoltosi a Lecce dal 6 all’8 aprile, è stato proiettato il film Album (2016), del regista turco Mehmet Can Mertoğlu.

Il lungometraggio è ambientato nell’entroterra della Turchia contemporanea e porta alla luce una storia amara e ipocritamente lusinghiera.

Sullo sfondo di un periodo storico apparentemente moderno si dipana la vicenda grottesca di una giovane coppia alle prese con il problema della sterilità, vissuto non tanto come motivo di dolorosa crescita emotiva di coppia, quanto come esigenza finalizzata a una collocazione sociale all’interno di una sfera medio borghese, per la quale avere un figlio diventa questione di onorabilità e rispetto.

Non è tanto il piacere di procreare per gioire della propria prole, quanto invece quello di possedere un erede che testimoni la capacità della coppia di essere parte del tessuto sociale per mezzo del proprio figlio.

In tal senso, l’urgenza di adottare un bambino si scontra con la necessità di trovarne uno che rispecchi esattamente i desiderata della coppia: non una femmina, ma un maschio, che abbia tratti somatici non troppo distanti dalla loro fisionomia…

Il tutto corredato da un finto servizio fotografico che ritrae la fase d’attesa del bambino, un album di foto costruito ad arte (da cui il film prende il nome) che non possa mettere in dubbio la “proprietà” biologica del bambino.

Album è caratterizzato da una regia molto statica,  immagini ferme, che denotano una faticosa capacità di adattamento, anche per lo spettatore, all’evoluzione della storia e delle sorti individuali, peraltro rese immobili da convinzioni stereotipate e modi di pensare borghesi tutt’altro che moderni.

Nello spettatore viene indotta una sensazione di esasperazione per le azioni e i comportamenti dei protagonisti.

Il film, d’altra parte, può essere un valido spunto di riflessione per individuare, traslando altrove per un momento il contesto sociale nel quale si è svolta la trama, alcune sfaccettature di comune storia sociale e civile di tanti luoghi nel mondo.

Il dramma del mancato dialogo, del mancato ascolto e delle mancate risposte infatti si consuma un po’ ovunque, degenerando nell’atteggiamento del “dare per scontato”, che, purtroppo, si attanaglia in ogni dove.

Si consideri, ad esempio, non soltanto il rapporto estremamente singolare fra i due coniugi protagonisti (che in effetti non dialogano mai tra loro se non per brevissimi scambi di convinzioni), l’indolenza degli operatori pubblici, la noncuranza dei dirigenti degli orfanotrofi (affatto inclini alla comprensione di interrogazioni esistenziali).

In Album non vi è alcuna fenomenologia positiva della relazione umana, appare tutto stantìo, precostituito e predeterminato, tant’è che eventuali fenomeni esulanti tali concetti stigmatizzati determinano una destabilizzazione nichilistica che conduce all’annientamento.

Un annientamento non di sé (perché il sé di questi soggetti non è consapevole), bensì della maschera di stile che i soggetti stessi hanno contribuito a mantenere intatta. Nessuno si sforza di andare oltre questa dimensione avvilente e ciò che più disturba gli animi consapevoli è che i protagonisti non sanno di essere avviliti, tanto da ritrovarsi inquietantemente integri soltanto all’interno di un cul de sac irrisolvibile.

Il film si chiude in un déjà vu subdolo ed ostinato che non concede libertà, che priva di quel senso critico non costruibile laddove il tutto si svolge in maniera inequivocabile, ossia senza possibilità di cambiamento, né di misurazione, né di confronto, né di idealizzazione romantica del divenire.

Quando la forma prevale sull’essere e quando la sostanza non viene tutelata a discapito di qualsiasi misero condizionamento storico-politico-sociale, il dramma è universale, non solo turco.