Après tout Vincennes: tracce di un’università “differente”

di Giovanni Carrozzini

 

 

«Signor Ministro,

ho fatto un sogno…L’Università di Vincennes non è sbucata dal nulla, come un miracolo. È stata piuttosto la concretizzazione di una nebulosa, i cui contorni si erano lentamente disegnati grazie all’effervescenza intellettuale della primavera del 1968.

Di questa germinazione di idee, ebbi percezione tramite i contatti che intrattenevo allora con numerosi animatori dei gruppi di riflessione e soprattutto con due giovani assistenti confermati della Sorbona, Hélène Cixous e Pierre Dommergues, che sarebbero ben presto divenuti i miei fidati collaboratori, aiutandomi, per tutto il corso dell’estate successiva, ad ordinare tutti gli elementi necessari per quest’esperimento.

Era – me ne ricordo con precisione – il lunedì 5 agosto 1968 quando, una volta che le cose mi si fecero più chiare, decisi di incontrare Edgard Faure, per interessarlo a quel progetto che mi sembrava così imprescindibile»[1].

Dalle parole di Raymond Las Vergnas, allora decano onorario della Sorbona e presidente dell’Institut d’Aglais (che funse da nucleo storico e polo d’aggregazione durante i processi che favorirono la nascita di Vincennes), emerge, seppur frammentariamente, il carattere peculiare che, sin dalle sue origini, distinse la sede di Paris VIII dalle altre sedi della Sorbona.

Come pure segnala Las Vergnas, Vincennes fu, in primo luogo, “un esperimento”, i cui elementi interagenti si distaccarono progressivamente da quel comune humus fertile rappresentato dalle ceneri, ancora bollenti, del maggio francese, per attualizzarne, concretamente, i potenziali tesi e non ancora concretizzatisi.

Un Facoltà differente, già a partire dalla sua collocazione, sorta di riscatto per un passato che, per quel luogo, era stato teatro di reclusioni e condanne: circa due secoli prima, infatti, le prigioni buie e malsane di Vincennes avevano “ospitato” uno degli spiriti più irrequieti e ostinati che l’Epoca dei Lumi avesse mai generato e alimentato, ovvero quello del “divin Marchese” De Sade.

E Vincennes di questa sua differenza fece “ariete di sfondamento” contro lo stantio e incartapecorito accademismo dei luminosi Amphithéatres: come rileva infatti Gilles Deleuze, nell’estratto che qui si traduce e pubblica, Vincennes fu la culla di una nuova metodologia di ricerca e d’insegnamento, votata, in primo luogo, all’esaltazione delle originarie, ma non meno misconosciute, interconnessioni fra i saperi, contrastando con la diffusa vulgata per la quale l’acquisizione di uno statuto epistemologico da parte di un settore implicherebbe la sua decisiva separazione dalle indagini condotte negli altri ambiti della conoscenza. Un’idea diversa di cultura, dunque, quella sostenuta e propugnata a Vincennes, con la proficua collaborazione di studenti e docenti, uniti ma mai confusi nell’adempimento dei loro rispettivi compiti di rinascita del sistema universitario e formativo in genere: una cultura, quella costruita alacremente a Vincennes, che reperisce nel sens du Tout e nell’homme totale le sue ragioni esistenziali. Una cultura che, ispirandosi alle ragioni di una filosofia viva, che si muove e lotta nella libertà, intravede nel disciplinarismo e nella separazione delle ricerche di settore una sorta di «lobotomia dell’insegnamento» contro cui occorre resistere lottando, in modo organizzato, ma soprattutto argomentato.

Alain Babiou, Etienne Balibar, Roland Barthes, François Châtelet, Noam Chomsky, Hélène Cisoux, Gilles Deleuze, Jacques Derida, Dario Fo, Michel Foucault, Félix Guattari, Jacques Lacan, Jean-François Lyotard, Herbert Marcuse, Michel Serres, Iannis Xenakis….sono questi i nomi di alcuni dei numerosi pensatori che si avvicendarono nelle aule di Vincennes, con atteggiamenti personali, spesso in contrasto fra loro e con le stesse idee-guida di quella realtà, come nel caso di Lacan, succubo di una vera e propria aggressione verbale pubblica da parte degli studenti presenti, che lo accusarono di alimentare vaniloqui sofistici per meri interessi venali di cattedra, inducendolo, non senza una manifesta dose di rabbia, ad abbandonare il luogo, pronunciando, a denti stretti un

«voi [gli studenti] interpretate il ruolo che spetta agli iloti di questo regime. Sapete cosa vuol dire questa parola? Ve lo spiegherà questo stesso regime che vi sussurra “Guardate come si divertono!”. Ecco. Bene. Per oggi vi saluto. Bye. E con questo ho finito»[2].

Una lotta quella di Vincennes che non riservava nessuno e nessuno proteggeva, come nel caso della “triste sorte” che toccò a Ricoeur, vittima di un attacco personale che gli costò il lancio di un sacco d’immondizia in faccia:

«Ricoeur – si ricorda in un volantino dell’epoca, rivendicato dal Comité de base “Quand c’est insupportable on ne supporte plus” – si è preso un sacco di spazzatura in bocca: prof, vi prenderete la merda ogni volta che cercherete di esercitare le vostre mansioni da sbirri, controllori e osteggiatori. Vi si soffocherà»[3].

Vincennes: un luogo in cui l’opposizione ad ogni forma di quiete volgare, di supina accettazione del controllo e di malsana gestione di un potere escludente e dis-integrante si traduceva, in prima istanza, in una decisiva condanna di quelle meccaniche coartanti che si reperiscono, ancor oggi, in certi gruppuscoli di burocrati, “piccoli dittatori” satolli e ingordi di un’ignoranza da colletto bianco e stirato e posto-fisso-garantito, come pure si nota nella breve trascrizione, che qui si traduce, dell’intervento di Michel Foucault ad una delle numerose riunioni che fungevano da sfondo concreto per i tanti dibattiti e confronti che animavano le aule di Paris VIII. Una burocrazia, quella denunciata e, al contempo, temuta da Foucault che, saldamente ancorata alle sue garanzie d’infallibilità, continuava ad agire indisturbata, nonostante le significative svolte introdotte “nel sistema” dalle lotte sessantottine; una burocrazia che cercava affannosamente di reclutare le sue schiere anche fra gli stessi agitatori dell’esperienza-Vincennes, etichettati duramente (ad ennesima dimostrazione di quella critica sempre vigile che circolava in quei corridoi) «scimmie sapienti», ma che, in realtà, palesavano le spiacevoli conseguenze di una struttura del silenzio, della menzogna e dell’ipocrisia che trovava, fra alcuni colleghi di Foucault, infallibili alleati per la causa del “deve cambiare tutto perché nulla cambi”.

Ho volontariamente prescelto questa modalità frammentaria e jazzistica di presentazione dei brevi testi che ho inteso tradurre e proporre in questa sede, cercando, ove possibile, di riprodurre quel trionfo dell’illogico che per certi versi fu Vincennes, se naturalmente per logica s’intende l’instaurazione di un ottundente sistema di regole forzate e derealizzanti atte, piuttosto che al reperimento di un senso, all’istituzionalizzazione dello stesso. Ed ho agito in tal senso, perché ritengo altresì che “parlare (di) Vincennes”, oggi, non significhi fare uno sterile esercizio di memoria. A poco serve ricordare se questo non mira a cambiare. Troppe “giornate della memoria” senza altrettante coscienze che del ricordo facciano azione. D’altra parte, per dirla con le parole del “temuto Schérer”, che della lotta alla convenzione algida e irragionata fece ragione di scrittura e pensiero:

«Fin troppo spesso, mi capita di constatare che un numero crescente di persone finisce per accettare tutto senza protestare in alcun modo, sebbene alle volte non sia affatto d’accordo, favorendo così la costituzione di un vero e proprio dispositivo di controllo. Il potere si esercita così per via di una sorta di auto-censura, una specie di micro-sociologia del potere che si origina dal basso […]. Fortunatamente, sussistono pure delle forme di esplicita resistenza a questa discutibile situazione, […] [e] si constata comunque la presenza di un gran numero di giovani che intendono rinnovare il ‘68, che se ne interessano, che lo rivivono interiormente, cosa che di certo non può non rassicurarci»[4].

[1] Aa. Vv., Vincennes. Une aventure de la pensée critique, sous la direction de Jean-Michel Djian, Préface de Pascal Binczak, Flammarion, Paris 2009, p. 32, trad. it. mia.

[2] Idem, p. 69, trad. it. mia.

[3] Idem, p. 70, trad. it. mia.

[4] René Schérer-Geoffroy de Lagasnerie, Après tout. Entretiens sur une vie intellectuelle, Cartouche, Paris 2007, p. 45, trad. it. mia.

 

Pubblicato in Krill, Anno II, numero 02 – 2010, Lupo Editore