Cartesio non balla

Definitiva superiorità della cultura pop (quella più avanzata)

 

di Franco Bolelli

Forse pop non è la parola più adatta, però suona bene

 

Ancora di più. Se è vero che questa – “ancora di più” – è la parola d’ordine della vita, allora è verso e dentro ogni “ancora di più” che si dovrebbe rivolgere lo sguardo, la mente, i sensi, ogni nostra energia creativa e progettuale. Ancora di più, perché la vita non è per nulla minimalista: da quando esiste, la vita non ha fatto che estendersi, allungarsi, allargarsi, potenziarsi, come fosse un definitivo supereroe. Ancora di più perché less is more è una strategia che funziona egregiamente in tante scelte e situazioni, ma non si applica certo all’assolutamente espansivo progetto energetico e vitale. Con allegra fierezza, ancora di più. Questo – “ancora di più” – è il metabolismo della cultura pop, il suo stile, la sua lunghezza d’onda, il suo stesso respiro.

[…] Se la cultura pop è definitivamente superiore, non è semplicemente perché è più energetica, più divertente, più sexy, più comunicativa, più globale. Figuriamoci se ci possiamo accontentare soltanto di tutto questo… No, se la cultura pop è definitivamente superiore, è perché essa – innanzitutto quella più avanzata – sta creando nuovi valori, più pieni, più abbondanti. Sì, di questo pop sto rivendicando non soltanto la naturale vocazione al divertimento spettacolare, ma proprio la funzione evolutiva e paradigmatica. Perché quantomeno nella sua anima più sperimentale, il pop è la sola cultura sintonizzata con il nuovo mondo connesso e globale, con i maestosi mutamenti che esso sta determinando nelle nostre facoltà percettive, cognitive, sensoriali, neurologiche.

Toglietevi allora dalla mente che il pop rappresenti la perdita o la deriva di senso (dannata dalla cultura ufficiale, beatificata dal postmoderno). Qui non stiamo affatto parlando di Andy Warhol né di disco-art-fashion, artefatta degenerazione dell’energia pop.

La più inventiva cultura pop è mille volte più ampia e più coraggiosa di quel minuscolo microcosmo concettuale che ruota attorno a deturpamento, simulazione, estetizzazione del banale. A intellettualizzare la cultura pop, non la si nobilita affatto: anzi, si finisce per depotenziarla. Per chi pensa che Andy Warhol fosse un genio, ci sono due sole possibilità: o non ha mai davvero visto Warhol o non ha mai visto un genio.

È semmai l’estensione del senso a una rete infinitamente più vasta di materiali mentali, fisici, linguistici, comunicativi, esperienziali. È un senso non astrattamente razionale, ma caldamente vitale. È un senso che – come lo stesso progetto biologico – è non linearmente logico ma paradossale a tutto campo. È essere – come diceva Nietzsche – “superficiali per profondità” (o come diceva il Tao, “l’apice della cultura porta alla semplicità”.

È in questo senso che il pop creativo non si risolve soltanto nella musica o in generale nelle forme di espressione, ma – guardate la luna, non il dito che la indica – è innanzitutto una forma di relazione con il mondo. Non è più soltanto rappresentazione, ma è paradigma e metabolismo. Da un linguaggio – proprio perché questo linguaggio è in diretta, indissolubile relazione con l’energia – è nata una pluralissima forma di vita. Attraverso uno stile musicale o letterario, siamo arrivati a mettere al centro l’espressione e l’espansione delle vite degli esseri umani. Al punto che oggi le vite di non pochissimi esseri umani, le loro biografie, sono – grazie anche a tante opere spettacolari e culturali – più appassionanti di tante opere spettacolari e culturali. Oggi milioni di esseri umani danno importanza alle proprie esistenze singolari e anzi le considerano appassionanti, e le scrivono in rete, le fotografano, le riprendono in video, le mettono in condivisione. Milioni di esseri umani stanno smettendo di essere spettatori passivi e stanno diventando attori e protagonisti: ditemi voi se questa non è la più grande rivoluzione antropologica della storia dell’umanità. Ecco, questa valorizzazione delle vite singolari è il merito più grande e la vera essenza della più creativa cultura pop. Invece di sublimare in sé le narrazioni personali di chi guarda e legge e ascolta e consuma – come avveniva nella cosiddetta e ormai estinta società dello spettacolo – oggi le narrazioni pop-sperimentali che qui sto evidenziando alimentano e arricchiscono le infinite narrazioni personali. Sempre meno il pop riguarda l’intrattenimento, sempre più orienta e aumenta la possibilità di capire e diventare chi si è.

Il pop che qui propongo come superiore esperienza non è naturalmente quello che sforna prodotti magari molto piacevoli ma che non possiedono quell’energia, quello slancio, quel fuoco, quel desiderio di esplorare al di là dei limiti che sono l’essenza di ogni grande progetto vitale. Il pop che qui propongo come superiore esperienza possiede molto di più della capacità di determinare uno stile o una moda o una tendenza: è della creazione di una relazione più viva con il mondo che sto parlando, è questa la sola strategia vitale ed evolutiva. […]

Finora è andata così: da una parte l’effimero spettacolo superficiale e dall’altra la punitiva pesantezza intellettuale. Qui l’edonistico consumismo e là il moralistico anti consumismo. Apparentemente nemici mortali, in realtà facce perfettamente complementari della stessa piatta moneta convenzionale.[…]

Finché ho compreso che si può tranquillamente (e anzi allegramente) fare a meno tanto della dimensione intellettuale e d’avanguardia quanto di quella dell’intrattenimento fine a sé stesso, perché intellettuali e commerciali, accademici e discotecari, impegnati e disimpegnati, sono soltanto due fra le infinite forme di possibilità di identità, soltanto i prodotti complementari (e stucchevoli) di una vecchia logica binaria: intorno ci sono mondi interi di possibili dimensioni e connessioni e coevoluzioni da esplorare.

 

Franco Bolelli, “Cartesio non balla”, © 2007, Garzanti Libri s.p.a.

per gentile concessione di Garzanti Libri