Ci vuole una musica politicamente scorretta. Intervista a Carolina Bubbico.

 

Domenica scorsa, dopo la tappa al mare, avevo appuntamento con Carolina Bubbico, una delle musiciste e cantautrici più giovani e più promettenti del panorama musicale pugliese, e non solo. Passo a prenderla, con un gin tonic già in circolazione, e andiamo a rintanarci in un locale del centro storico di Lecce, uno dei miei preferiti. Poco di tendenza, con una clientela varia, dove per fortuna rischi di non conoscere nessuno (ed è bellissimo), dove i cocktail sono ottimi, l’atmosfera è quella della New York anni ’20, i bartender sono vestiti di tutto punto e la musica è perfetta. Io continuo con l’amico ritrovato Gin Tonic, Carolina ordina un cocktail a fantasia del barman e iniziamo la nostra chiacchiera sui divanetti, con le luci soffuse e un jazz tradizionale che spesso mi dà la certezza che questo mondo può trovare la strada per salvarsi.

Non è stata un’intervista per vari motivi. Prima di tutto, perché mi sarei sentita ridicola, poi, perché mi sarei sentita molto ridicola. Quindi, è stata una lunga chiacchierata che cercherò di riassumere, senza promettere estrema brevità.

Siamo partite dalla fine, chiedendoci l’un l’altra se saremmo mai riuscite a smettere di fare quello che, su tutto, ci fa stare bene, lei mi confessa che non se l’era mai chiesto.

CAROLINA: Sto provando a immaginare, non mi è mai successo di abbandonare la musica. Il problema per me è un altro in questo momento. È che la musica, rispetto ad altre forme d’arte è presente più che mai in ogni momento della nostra vita ed è a disposizione di tutti… Mi spiego, chiunque in questo momento può imparare a fare musica, app, programmi, lezioni on-line, c’è una sovrabbondanza di informazioni. Ma il problema è che si è annullato il criterio di valutazione. Tutti fanno musica, ma non sappiamo più selezionare cosa vale e cosa meno. E non può bastare il “è radiofonico, orecchiabile, ok, allora vale”. La cosa positiva è che aumentando l’accessibilità all’informazione e alla formazione c’è un numero più elevato di talenti, che però devono sgomitare  e trovare il modo di uscire fuori, farsi ascoltare e far ascoltare la propria musica.

LAURA: Ma in questo panorama che mi descrivi, il livello musicale si è abbassato o si alzato? Cioè, le persone che realmente studiano e fanno musica per lavoro hanno più difficoltà a rendere fruibili le proprie produzioni perché il livello diffuso è più basso, o invece, al contrario, si è solo affollato il mercato musicale e la scelta?

C.: No, assolutamente. Il livello credo sia altissimo. Ci sono persone capaci a livello internazionale, perché è con quel panorama ormai che bisogna confrontarsi. Quando spulcio tutto quello che su internet si può trovare, abbasso la testa, perché lì capisci con quanti talenti e con quante persone capaci bisogna confrontarsi… per fortuna, per noi. Il problema è quello che passa in radio, la gran parte delle volte non sono i talenti.

L.: Se invece ritorniamo nel territorio salentino e pugliese… da un po’ di anni appare come uno dei luoghi culturalmente più vivi d’Italia. Quanto è reale questo fermento e quanto invece è frutto di una costruzione pubblicitaria, di una auto-promozione che poi, alla fine, è poco riscontrabile nella pratica.

C.: No, il fermento è reale. C’è. C’è una crescita culturale e c’è movimento. Da un punto di vista prettamente musicale c’è stata una cosa veramente fortissima, “Puglia Sound”, che ha dato una mano reale a tutti i musicisti, me compresa. E anche Puglia Sound Export, un’azione che mi ha permesso di pagare per metà il mio tour in Germania. Quello che sto notando e che purtroppo non è l’immagine che di noi si racconta, è che stanno completamente scomparendo i luoghi in cui ascoltare musica live. Non tanti anni fa, in tutta la Provincia c’erano tantissimi posti in cui si poteva ascoltare musica, si facevano jam session, si produceva e si ascoltava musica. Purtroppo sentiamo la carenza di queste occasioni, soprattutto a Lecce città, che ora è diventata una meta molto ambita e che avrebbe bisogno di queste sessioni di crescita.

L.: Banalmente, c’è la possibilità di ascoltare musica più nei paesini in Provincia, che in città, è vero. Per ascoltare qualcosa devo spostarmi quasi sempre.

C.: Verissimo. L’unica cosa positiva, da sempre, è che in Puglia il cachet di noi musicisti è rispettabile, molto più che in altri luoghi, come anche Roma e altre città del Nord Italia. Sembra incredibile, ma è così e ce lo invidiano tutti. Il nostro lavoro viene riconosciuto più qui che in zone dove anche il tenore di vita è più alto e questo, è strano, ma molto gratificante per noi che viviamo e suoniamo per la maggior parte del tempo in questa parte d’Italia. Insomma, mi sento rispettata, sento rispettato il lavoro che faccio e tutto quello che ho costruito in questi anni.

L.: Ecco, costruire un percorso… quanto in questo momento storico, la possibilità di un successo immediato sta minando l’ambiente musicale? Mi riferisco ai vari Talent, ai programmi tv che promettono le stelle…

C.: Esatto. Se un percorso è costruito, con tutte le fatiche che comporta, ovviamente, saprà dare risultati. Poi, tutti dobbiamo fare i conti con i talent. Io da artista indipendente, penso che siano una rovina. Tutti i produttori con cui mi confronto, ora, hanno paura di investire in qualcosa di diverso. C’è un appiattimento di segnale, pensano che l’ascoltatore non possa capire generi musicali più complessi, che non possa apprezzarli.

L.: Io ho visto Xfactor anche quest’anno. Ridevo di quello che accadeva, mi divertiva molto, ho sofferto anche, a un certo punto, mi ha rattristata vedere Manuel Agnelli che si è prestato a un qualcosa di prettamente televisivo, con le sue regole, che pensavo non gli appartenessero. Ma ho visto anche tanta qualità musicale, musicisti in gamba, cantanti con grandi voci… però la mia sensazione è che ora, tutti quanti loro, credo consapevolmente, debbano adeguarsi a quello che è quel segnale piatto di cui parli. Un Andrea Biagioni, per fare un nome tra tanti, chitarrista mostruoso, dovrà strimpellare quelle canzonette orecchiabili per poter reggere la notorietà a cui il talent lo ha portato… è questo, forse, che impoverisce la musica.

C.: Esattamente. Si aspettano quel tipo di percorso e devono seguirlo. Il successo a volte ci divora, ci divora la passione stessa per quel che facciamo. Stiamo seguendo delle regole, a volte senza accorgerci, spinti dai cambiamenti che stanno avvenendo anche da un punto di vista della comunicazione. I “mi piace” su Facebook, la foto su Instagram mentre lavori, gli orari migliori per pubblicare, l’ansia di essere in diretta mentre fai qualcosa. Tutto questo, di cui anche io sono vittima, sta sottraendo tempo al nostro lavoro, al mio lavoro. Io perdo del tempo utile. Mi sento succube, costretta. Vorrei tanto suonare, vendere i miei dischi e stop. Vorrei tanto tornare al Myspace. (Ridiamo, di nostalgia). Vorrei tornare alla fisicità, suonare ed essere ascoltata da un discografico durante il mio concerto. Ma non ci sono più persone pagate dalle case discografiche per scovare i talenti, ci sono solo persone che ascoltano i pezzi, se sono in target, se sono radiofonici, se funzionano.

(Secondo giro di cocktail, gli stessi, scolo l’ultimo sorso pensando a Manuel Agnelli. Pace, si cambia, a volte in peggio).

L.: Ora, parliamo di Sanremo. Tu l’hai vissuto da vicino l’anno scorso, hai diretto Il Volo, che ha anche vinto la scorsa edizione. Ti dico la mia, guardo Sanremo su twitter, nel senso che mi diverte come fenomeno social, mi fa ridere. Se guardo la Tv mi imbarazza, Sanremo mi provoca un imbarazzo immenso.

C.: Sanremo è diventato un fenomeno sociale, non è un evento musicale, e quest’anno ci sono stati degli episodi antipatici, anche scorretti, volendo. Il problema di Sanremo è che devi rientrare in quelle regole, non puoi superare gli argini. Tutto politicamente corretto, canzoni che rimangono in superficie, senza sfiorare una qualche profondità. Devi essere corretto a Sanremo.

L.: E sulla vittoria di Gabbani?

C.: Sapevo che mi avresti fatto questa domanda. Allora, siamo affetti dalla sindrome del criticare ogni cosa, questo è anche dovuto ai social. Ma perché criticare Gabbani che è stata la vera novità, la vera svolta del Festival?

(Le do il cinque, condivido totalmente. Aggiungo, ma solo io, che noia il politicamente corretto di Mannoia e Turci).

Gabbani aveva un pezzo con dei contenuti, con una metrica molto accattivante, musicalmente divertente. È una canzone un po’ paracula, un motivetto molto anni ’70. Ma Gabbani è arrivato a 30 anni inoltrati, ha intercettato i contatti giusti, vedi il suo produttore attuale Luca Chiaravalli, non ha vinto un talent, è un made-in-Sanremo, ha fatto un percorso standard, positivamente standard, da San remo Giovani, che per i più è totalmente inutile e non dovrebbe esserlo, è passato alla categoria Big e ha vinto, insomma, il percorso ideale. E allora sono contenta che abbia vinto lui, è un grande segnale.

L.: Ora parliamo un po’ dei tuoi progetti. Cosa stai preparando, su cosa stai lavorando…

C.: Questo è un momento in cui avrei voglia di fare tre dischi contemporaneamente. Mi sto cercando, costantemente, a volte totalmente disorientata. Mi sto mettendo in discussione, cosa che comunque è alla base della vita di ognuno di noi, a prescindere dal lavoro. Ho bisogno di abbracciare una trasversalità. Io voglio sfuggire alle categorie e poi in realtà è così. Se mi chiedono che genere faccio io non lo so, non so darmi un’etichetta, e la mia musica risente di questo. Ora ho scritto una suite strumentale, che ho preparato in occasione della mia laurea, che ha una sua narrazione e, volendo, potrebbe diventare anche uno spettacolo teatrale. È la storia di un viaggio in nave, un viaggio che ho sognato, che viene da dentro. Un lavoro a cui tengo molto e che mi ha fatto concludere in bellezza un percorso di studio. Parallelamente sto lavorando al mio terzo disco, la prosecuzione di Controvento e Una donna, che segue una linea, ma si distacca molto dai precedenti, con una Carolina che vuole essere sempre diversa. Voglio lavorare con l’elettronica, molto di più, ma non abbandonando i suoni classici. Insomma, tante novità. Ma continuo a costruire, da sola, anche se mi piacerebbe aumentare le collaborazioni.

L.: Collaborazioni con i tuoi colleghi?

C.: Sono alla ricerca di un team, di persone che con cui lavorare. Produzione, comunicazione, organizzazione, e colleghi con cui costruire qualcosa. Voglio fare musica. Voglio collaborare, vorrei tanto chiamare tanti colleghi e scrivere qualcosa con loro. L’augurio, l’appello che faccio è quello di cooperare di più. Io ho voglia di collaborare, mi piacerebbe tantissimo.

L.: Tra i grandi, con chi sogni di suonare?

C.: Un concerto in trio, io, Esperanza Spalding e Bobby McFerry, a suonare pezzi di un disco fatto insieme.

Ci siamo dette tante altre cose, abbiamo chiacchierato ancora, mi servirebbe altro spazio che però il web non mi concede, quindi, concludo con la speranza che la musica possa trovare il modo di liberarsi dalle regole del mercato, almeno lei, che può, che è capace, che sa volare e far volare.

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