Come sfatare il mito della Germania terra promessa e trasferirsi a Palermo
Ovvero le confessioni di un espatriato pentito
Di Emanuele Lami Grifeo

 

Sono a Palermo con mia moglie per prendere una pausa dal freddo, dalla pioggia ed dall’immutabile grigiore berlinese. Pur essendo Febbraio, qui ci sono 15 gradi ed un sole caldo che sembra aprile. È l’ultimo giorno di vacanza, Palermo ci ha già abbondantemente coccolato l’anima con i suoi colori, profumi e sapori. La gente è gentile ed accogliente, sembrano tutti sempre felici. L’esofago mi si stringe al solo pensiero di dover tornare in quella città di scorbutici e maniaco-depressivi che è Berlino. La gente lì ha la pioggia dentro. Camminiamo sul lungomare, l’acqua è color smeraldo, costeggiamo il settecentesco palazzo Butera e ci addentriamo nel rione storico della Kalsa tra alberi monumentali, aranci, banani, palazzi e chiese di ogni secolo e stile.

Giungiamo al Palazzo Abatellis, un antico palazzo nobiliare in stile gotico-catalano divenuto negli anni un monastero di monache domenicane ed oggi sede della Galleria Regionale della Sicilia. All’interno, tra le tante opere pittoriche, spicca L’Annunziata di Palermo di Antonello da Messina. La parte più bella, però, ci attende all’ingresso.

Ci dirigiamo verso la cassa dove se ne stanno seduti due uomini impacchettati in dei piumini Ciesse del 1985, uno rosso ed uno blu. Sembrano pescatori appena scesi dalla barca. L’ingresso costa otto euro e noi ci accorgiamo di avere solamente dieci euro in due. Chiedo quindi ad uno dei pescatori:

“È possibile pagare con la carta?”.

Ho inconsapevolmente dato il via alla commedia.

Il cassiere rosso inizia a dondolare nervosamente sulla sedia, il cassiere blu si impettisce e dice un secco: “No.”

Siamo rammaricati, vogliamo veramente vedere L’Annunziata di Antonello da Messina. Quindi incalzo: “C’è un bancomat da queste parti?”

Il cassiere rosso dondola sempre più veloce ed inizia pure a mugugnare. Il cassiere blu non sa cosa dire: “No…non lo so…è che la macchinetta è rotta…ma quanto avete?”

“Dieci euro”, rispondo.

“Mannaja…ci arrivate a dodici?”

Io non ho un centesimo in tasca, mia moglie controlla nel portafogli. Niente.

“No, mi dispiace”

“E come dobbiamo fare?…ce l’ho la macchinetta ma è rotta!” sbotta il cassiere blu. Mia moglie è francese e non capisce perfettamente l’italiano, pensa che il cassiere blu ce l’abbia con noi. Lui se ne accorge e la rassicura immediatamente:

“Signora non ce l’ho con lei, non sia mai, ma con l’assessorato. Sono quattro mesi che chiediamo la riparazione del lettore delle carte di credito! Niente! E a me dispiace ogni volta che ci sono dei turisti dover mandarli via…”, sbatte con dissenso il pugno sul tavolo. Il cassiere rosso continua nel suo dondolamento fino a che si pronuncia finalmente anche lui sulla situazione:

“Mannaja, mannaja!”, dice e si strofina le mani sulle gambe.

La miglior tragicommedia all’italiana è tutta qui, davanti a me, al Palazzo Abatellis di Palermo.

Poi il cassiere blu fa il gesto. Si strofina il volto con la mano sinistra, producendo un rumore da carta vetrata sul cemento, e con la destra prende i dieci euro dal portafoglio di mia moglie. Strappa due biglietti diversi, ne da uno a me ed uno a lei con due euro di resto, poi si volta verso di me e dice:

“Se ti chiedono qualcosa, tu sei professore”

Io non sono più abituato a tanta flessibilità e smarmello, è il caso di dire, un:

“Grazie mille”

“Eh, prego…” risponde il cassiere blu che poi si mette a smadonnare in dialetto contro l’assessorato.

Mia moglie ed io ci incamminiamo verso l’ingresso con un sorriso che dice tutto: non è lo sconto sul biglietto o il tratto ironico dei cassieri a farci sorridere, no, sappiamo entrambi che l’emozione è ben più profonda. È un sorriso di piacere quello che si stampa sui nostri volti. Il piacere di aver vissuto un momento irripetibile di Bellezza tra esseri umani. Questo è successo, nell’arco temporale di un minuto e mezzo.

Un minuto e mezzo per me (italiano espatriato a Berlino) devastante che, sommatosi a tutto il resto, da forma a ciò che penso confusamente da tempo ma non ho avuto il coraggio di dire: la vita in Italia è migliore.

Dunque. Siamo tutti impantanati nella logica dominante, la Produzione, regina e madre del giusto vivere e della felicità. Produco quindi sono giusto e felice, sembrerebbe essere il Verbo occidentale, ma felici e giusti non ci sentiamo quasi mai. Pensiamo solo e soltanto all’interno della logica produttiva e le nostre conclusioni non possono che esserne esse stesse parte. Tutto è assoggettato a questa verità ultima, modelliamo le nostre vite attraverso concetti che confondono troppo spesso la condizione economica con quella socio-culturale.

Non voglio però entrare in merito a questioni sociali e politiche nel tentativo di scandagliare i miei pensieri riguardo al vivere in Germania (oltretutto il dibattito socio-politico è un labirinto senza uscita. Si guardano troppo i dettagli e si perde la linea dell’orizzonte). Io ne faccio più che altro una questione esistenziale.

Credo fortemente che ogni comunità abbia le sue distorsioni e, abitando un mondo che permette di muoversi in libertà, scegliere dove vivere non è meramente una questione lavorativa ma bensì un’analisi personalissima di quello che Mark Manson chiama eufemisticamente “shit sandwich”, panino alla merda. Secondo Manson, “ogni cosa che facciamo, spesso e volentieri, fa schifo. (…) Tutto comporta sacrificio. Tutto include una sorta di costo. Niente è perennemente piacevole o edificante. Quindi la domanda diventa: quale lotta o sacrificio sei disposto a tollerare?” In altre parole, che tipo di panino alla merda sei in grado di mangiare?

Manson usa questa logica per scegliere cosa fare nella vita, ma la stessa può essere utilizzata per comprendere in quale luogo si vuole vivere.

Dopo ventitré anni a Roma, undici anni a Berlino e qualche giorno a Palermo, posso dire senza remore né pregiudizi che non credo più al mito tutto italiano della Germania come terra promessa per i “kleine Italianer”, piccoli italiani (così si viene, ancora, spesso apostrofati).

E, ripeto, sto cercando di muovermi per lidi esistenziali anziché attraverso logiche razionali di gestione pratica della vita, perché vivo nella profonda convinzione che la quotidianità sia piatta, grigia e anonima. Un ammasso insostenibile di tempo miserabile.

Ed è così ovunque, perché viviamo all’interno di ciò che costruiamo. Vittime della nostra stessa narrativa, abbiamo creato un sistema narcotizzante per far passare il tempo più velocemente possibile nell’ingenua speranza di poter scampare alla morte, mentre ci imbottiamo di analgesici per sedare il dolore e vivere nell’indifferenza di noi stessi e degli altri. Il piattume, l’indolenza, l’inconsistenza del quotidiano appunto.

Ma allora cosa rende la vita degna d’essere vissuta?

Solo e soltanto la Bellezza. O meglio, gli attimi in cui si rivela a noi. “Quegli sparuti incostanti attimi di Bellezza” di cui parla Sorrentino attraverso gli occhi di Gep Gambardella, “gli intervalli di sogni deliziosi” che Fernando Pessoa, alias Bernardo Soares, apostrofa nel Libro dell’Inquietudine. Quegli ingovernabili, imprevedibili, accecanti lampi di Bellezza che scaldano l’anima e ci tengono aggrappati all’esistenza con qualche speranza in più, facendoci credere che “non è stato poi tutto sbagliato, che forse era giusto così” (cit. Vasco – Sally).

Sono i momenti di Bellezza che ci aprono alla vita e al mondo come dei girasoli, che ci fanno dimenticare le nostre paure e ci liberano dall’imbarazzo dello stare al mondo. Per qualche istante ci emancipiamo dalla necessità di nascondersi dietro un telefonino, i muscoli si rilassano e i volti si abbandonano a sorrisi pacifici e soddisfatti.

I momenti di Bellezza sono tutto ciò che abbiamo: il sorriso di uno sconosciuto, quattro risate al mare con gli amici, un albero o il balcone di una casa di campagna, un gesto gentile ed improvviso, del buon cibo o le guance dei nostri bambini. La vita che merita d’essere ricordata si riduce veramente a quattro cose, tutto il resto è solo un monotono e miserabile accumulo di ore.

Di momenti così l’Italia è piena. La Germania, semplicemente, no. Questo perché la Bellezza è per costituzione un fenomeno flessibile, si manifesta in maniera incontrollabile, imprevedibile ed è più frequente all’interno di comunità che fanno della flessibilità mentale ed emotiva un pilastro del proprio essere collettivo.

In Germania troverete altro: funzionalità, rigore, praticità. De gustibus. Sono tutte espressioni degne ed utili dell’ingegno umano che però, secondo la mia esperienza, non migliorano la vita. Rendono solamente la quotidianità più comoda. Ma la quotidianità è monotonia. E stare comodi nella monotonia è il primo passo verso il suicidio.

Quindi pensateci bene prima di darla vinta alla retorica (tutta italiana) del disfattismo e trasferirvi a Berlino, Monaco o qualche altra realtà teutonica, analizzate prima il vostro shit sandwich.

Per quanto mi riguarda non ho regole da dare e, anche se le avessi, avrei l’accortezza di tenermele per me. Ma se è di regole che avete bisogno nella vostra vita, se non riuscite più a sostenere l’indolenza sociale degli individui intorno a voi e mirate a circondarvi di cittadini perfetti, allora avete la risposta in tasca. Mollate tutto ora e scavallate il Brennero, ad attendervi ci sarà ciò di cui avete bisogno, ma scordatevi il sorriso degli sconosciuti ed il sole che vi scalda le gambe anche in inverno.

Se invece siete alla ricerca di sfumature di colore e di umanità, tornate indietro e seguite le impronte degli elefanti di Annibale. Raggiungerete un Eldorado in piena crisi dei rifiuti, ma sempre di Eldorado si tratta.

Anche se foste esclusivamente mossi dall’opportunità, sappiate che cercare lavoro è un’attività angosciante in ogni paese, la differenza è che in Germania dovrete farlo in tedesco. Follia! E poi, per chi ancora non l’ha capito, oggi il lavoro non è più un diritto ma è tornato ad essere un’attitudine. Sta a noi, in qualsiasi posto e situazione ci troviamo, trasformare l’attitudine in qualcosa di concreto e remunerativo. Per coloro che non hanno questo afflato professionale e semplicemente vogliono essere assunti, non crediate che lavorare in Germania sia la soluzione alla vostra vita. Vivrete le stesse frustrazioni e gli stessi dolori che avevate in Italia con la sola differenza che in pausa pranzo potrete scegliere solo tra un merdosissimo bratwurst o degli intossicanti noodles cinesi che vi faranno maledire l’esistenza più di quanto non si meriti.

E poi, la pioggia. Tanta. Sempre. Da cui non puoi scappare. Per citare ancora Pessoa: “Piove tanto, tanto. La mia anima è umida a forza di sentirlo. [] Indolentemente, lamentosamente, la pioggia batte contro la vetrata. Una mano fredda mi stringe la gola e non mi fa respirare la vita. Tutto muore in me, persino il sapere che posso sognare”. In altre parole, la quotidianità in Germania può essere veramente, veramente miserabile.

In questo momento non sto solo visitando Palermo, sto scappando da Berlino. Continuo a camminare e ammirare la bellezza decadente di una città che è tuttora piena espressione di un tempo che fu. Palermo è proprio come l’aristocratico decaduto che la abita: si, ha il vestito rattoppato più volte, ma non bastano cento industriali milanesi messi insieme per eguagliarne l’eleganza dei modi e del portamento. Mi sento imbevuto nella sua Bellezza e mi chiedo:

Qual’è, insomma, la conclusione?

È quella che molti non vogliono neppure ascoltare. Ovvero, smettiamola una buona volta con la putrescente retorica dell’Italietta povera e traffichina che non cambia mai. È solo un modo meschino ed infantile per deresponsabilizzarci tutti. L’Italia non è un’entità distante ed immutabile, l’Italia è fatta dagli italiani e cambia con essi. Ciò che non cambia davvero è la quotidianità, miserabile di costituzione. Tanto vale quindi viverla dove è più facile trovare “quegli sparuti incostanti attimi di Bellezza”.