Per una critica della ragione social // Prefazione a Grillodrome

Prefazione di Alessandro De Cesaris al libro Grillodrome. Dall’Italia videocratica all’impero del clic, di Rinaldo Mattera, Mimesis, 2017.

Per gentile concessione degli autori e dell’editore, che ringraziamo.

 

È il 22 Gennaio 1984. Durante una pausa pubblicitaria del Super Bowl appare uno spot destinato a fare storia. Girato da Ridley Scott, lo stesso che appena due anni prima aveva firmato la regia di Blade Runner, si tratta della pubblicità con cui la Apple ha annunciato al mondo l’uscita del primo Macintosh. Poco più di un minuto: una doppia fila di uomini grigi e automatizzati si avvia marciando verso uno schermo. Sullo schermo il Grande Fratello parla con voce decisa, iniettando l’ideologia del Partito. Le immagini sono intervallate dalla ripresa di una giovane e atletica donna braccata da delle guardie. Corre verso lo schermo con un martello, lo infrange e lascia spazio alla scritta: «Il prossimo 24 Gennaio Apple Computer introdurrà Macintosh. E voi vedrete perché il 1984 non sarà come 1984». L’apparizione del computer casalingo ha aperto le porte a una nuova idea di libertà, di ricchezza personale, di possibilità comunicative. Eppure il messaggio dello spot Apple non può non generare impressioni contrastanti: ad alcuni potrà apparire ingenuo, ai meno ottimisti sembrerà tragicamente profetico.

Certo, viviamo in un’epoca di sovrabbondanza. I tre slogan del Socing nella distopia orwelliana, «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza», non trovano posto nel mondo contemporaneo. Il controllo sociale non assume più la forma di una menzogna, quanto di una tautologia. Si ribadisce, infatti, che la pace è pace, in un contesto che delegittima il conflitto inglobandolo sotto forma di intrattenimento; che la libertà è libertà, celebrando l’ampia disponibilità di scelte, la facilità degli spostamenti, la velocità della comunicazione; infine, che la conoscenza è forza, e che grazie alla rivoluzione digitale siamo tutti un po’ migliori. Tutto ciò, tuttavia, ci impone di domandarci ancora una volta: cosa è la pace? Cosa la libertà? Soprattutto, cosa è la conoscenza?

Alcuni hanno notato che, contrariamente a quanto suggerito dalla retorica della specializzazione imperante nel campo dei saperi, la nostra è un’età segnata da un deciso ritorno all’enciclopedismo. Questo però non è sufficiente, dal momento che – come ha recentemente sottolineato Derrick De Kerckhove discutendo le tesi di Nicholas Carr sull’effetto stupidificante di Google – la comparsa di un nuovo medium (o, come nel nostro caso, il verificarsi di una vera e propria rivoluzione tecnologica) riconfigura radicalmente gli stessi concetti di conoscenza e intelligenza alla base del discorso pubblico. L’enciclopedismo che domina la condizione contemporanea non è quello illuministico né tantomeno quello rinascimentale, ma si tratta piuttosto di una nuova forma di enciclopedismo massimalistico, incarnato perfettamente dal modello di Wikipedia.

L’ideale classico della cultura, che va dal concetto greco di παιδεία alla Bildung ottocentesca, obbediva sostanzialmente a un criterio organico e selettivo, incarnato dai versi di Goethe: «Chi vuole grandi cose raccolga in sé tutte le forze; è nel limite che il maestro si rivela». Oggi l’ideale di un sapere organico è stato sostituito da una nuova ipertotalità dominata dall’idea di eccedenza, un modello fatto di rimandi e aperture che offre un percorso di ricerca virtualmente infinito. Il dato è disponibile in dosi massicce, che eccedono la portata di qualsiasi capacità umana. In una società in cui al modello pedagogico formativo si è sostituito l’ideale informativo, il cosiddetto analfabetismo funzionale non è una aberrazione contingente, ma piuttosto un difetto strutturale sistemico destinato a diffondersi endemicamente. Il significato originario di «organo » è «strumento»: la fine dell’ideale organico del sapere è l’apertura di un’epoca piena di dati, ma paradossalmente priva di strumenti quando ne va del sapere. La massima hegeliana, secondo la quale il noto non è per questo conosciuto, è oggi attuale più che mai.

Se tutto ciò è vero, tuttavia, è altrettanto vero che la società contemporanea è retta da una gerarchia di saperi non meno rigida e strutturata che nel passato. L’immagine orizzontale di un sapere democratizzato e reso ugualmente fruibile per tutti si scontra immediatamente con l’evidenza di una frattura crescente tra la massa degli utenti e le minoranze – non necessariamente élite – di coloro che sono dotati delle competenze necessarie a osservare la realtà sociale del nuovo millennio in modo consapevole. Se si tiene presente questa faglia in continuo allargamento, l’immagine egualitaria e libertaria della società dominata dalle nuove tecnologie appare come il frutto di una particolare narrazione, come un ennesimo mito politico capace di informare la nostra percezione della vita pubblica e di orientare le nostre scelte, ma destinata ad assumere immediatamente un carattere ideologico. Questa situazione è resa ancora più grave dall’arretratezza di alcuni saperi, in particolare quelli umanistici, che irrompono troppo spesso nel dibattito pubblico entusiasmati e al tempo stesso disorientati dalla rivoluzione in atto, continuando a parlare del nuovo come se fosse vecchio. La polarizzazione del dibattito tra tecnoentusiasti e tecnodisfattisti è un frutto di questa confusione, oltre che delle logiche di marketing ormai pienamente imperanti anche nella sfera accademica, editoriale e pubblicistica. In questo contesto, il libro di Rinaldo Mattera si concentra su un fenomeno – l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia – ben determinato spazialmente e temporalmente, ma allo stesso tempo centrale per analizzare le dinamiche cui si è appena fatto cenno. Nella strategia comunicativa e politica del Movimento si intrecciano tutti questi aspetti: da un lato l’apologia della nuova democrazia digitale, dall’altro la messa in atto di politiche di controllo ben definite; da un lato il ritorno a una concezione globale della politica, in cui all’aspetto amministrativo si uniscono una certa dimensione attivista fortemente orientata da coordinate culturali attente alle nuove frontiere del digitale; dall’altro il dissolvimento del discorso pubblico in una moltitudine di micro-discorsi spesso capaci di far esplodere qualsiasi cornice di riferimento, scadendo nel complottismo, nella paranoia e nel dilettantismo. La creatura di Grillo e Casaleggio, al di là di qualsiasi giudizio di valore, appare senz’altro come un prodotto del nostro tempo, un’epitome delle opportunità e dei pericoli offerti dall’era della cosiddetta quarta rivoluzione.

Nessun “enigma del consenso” dunque, ma piuttosto l’esigenza di contestualizzare la novità che il M5S senz’altro rappresenta all’interno di un quadro epistemologico aggiornato, capace di mettere in luce quanto di decisivo vi è nell’esperienza politica italiana degli ultimi anni.

Come è prevedibile, l’inaspettata ed esplosiva fortuna del fenomeno pentastellato ha favorito la nascita di un dibattito accesissimo. Legittimo e finanche doveroso, ma anche relativamente facile è stato invadere edicole e librerie con pubblicazioni più o meno fortunate pro o contro Grillo, celebrando o demonizzando l’affermarsi di una realtà politica che almeno a un primo sguardo superficiale appare come una novità assoluta. Il libro di Rinaldo Mattera non va ad arricchire questo dibattito, ma sceglie una strategia di ricerca – prima ancora che di comunicazione – sensibilmente diversa. Nonostante l’attualità e l’urgenza del tema, Mattera sfugge alla tentazione di scrivere “per il giorno e l’ora”, calandosi nella faida tra apocalittici e integrati sulla quale è stata per lo più appiattita la contesa tra difensori e avversatori del duo Casaleggio-Grillo. Non un pamphlet dunque, ma piuttosto un’analisi strutturale del M5S che si articola sostanzialmente su due punti centrali. Innanzitutto, una contestualizzazione storica che restituisce al lettore la genesi del movimento sullo sfondo della rivoluzione digitale. Una ricostruzione che è anche una decostruzione, nella misura in cui offre una genealogia del M5S animata da un intento demistificante e demitizzante. Secondariamente, in profonda connessione con questo primo aspetto, la ricerca si impegna in una meticolosa discussione teorica delle posizioni centrali del Movimento, menzionando programmi e interviste, dichiarazioni d’intenti e pubblicazioni con l’obiettivo di analizzarle alla luce di una effettiva competenza in campo mediologico e informatico.

Volendo individuare la giusta collocazione di questo libro, sarei tentato di affermare che si tratta di una ricerca critica in senso quasi-kantiano. Le due domande che lo animano, infatti, riguardano essenzialmente le condizioni di possibilità dell’ascesa del M5S e i limiti della sua proposta teorica.

In questo senso, il libro di Mattera obbedisce innanzitutto a una vocazione strumentale, ovvero all’esigenza di fornire al lettore le coordinate necessarie a formarsi un’opinione circostanziata rispetto al panorama politico, ma anche a comprendere sul piano macrosociologico quali sono le tendenze fondamentali che dominano il tempo presente. Questo, ovviamente, non significa che l’autore non abbia una posizione ben precisa: lungi dall’essere una pura descrizione dominata dal mito dell’obiettività e della neutralità scientifica, la ricerca mette in campo fin da subito degli assunti normativi forti, per quanto sempre giustificati. Questo a partire dal titolo, che rievoca l’oscuro e visionario Videodrome di David Cronenberg, uscito un anno prima dello spot con cui inizia questa breve presentazione. Se l’autore ha buon gioco nel recuperare alcuni temi del capolavoro cronenberghiano nel contesto della discussione sulla cultura cyberpunk e mediologica, forse è importante segnalare un altro inquietante parallelismo: così come il segnale pirata che trasmette Videodrome nasconde, dietro la facciata di un programma televisivo, un progetto di annientamento dei cittadini devianti, allo stesso modo nel M5S si è passati piuttosto velocemente da una retorica dell’inclusione a una realtà fatta di epurazioni e chiusure. Questa tensione tra mito e realtà, inclusione ed esclusione, illuminismo democratico e oscurantismo aristocratico, è uno degli aspetti trattati più a fondo nelle pagine che seguono.

D’altra parte, riuscire a distinguere con chiarezza le caratteristiche fondamentali di un fenomeno così rilevante come il M5S è essenziale. Nel 2013 è andata in onda la seconda stagione della popolare serie distopica Black Mirror, concentrata sui pericoli insiti nella diffusione delle nuove

tecnologie. Nell’ultimo episodio, intitolato Vota Waldo!, viene inscenata la progressiva ascesa al potere di un pupazzo virtuale protagonista di uno show per bambini, e amato dal pubblico per la propria comicità rustica e diretta. Molti italiani sono rimasti scossi a causa della perturbante somiglianza tra la situazione descritta nella serie e quanto stava avvenendo nella realtà. Si tratta però di una somiglianza vaga, che non regge a un’analisi più approfondita: Waldo, il simpatico e sboccato orsetto della serie, è sostanzialmente una creatura vuota di contenuti, un puro brand capace di sostenere qualsiasi progetto politico grazie alla propria abilità nel ludicizzare il campo del dibattito politico. Il movimento di Grillo e Casaleggio non è estraneo a questa strutturale affinità con un prodotto commerciale, ma è innegabilmente sorretto da una serie di contenuti e assunti più o meno espliciti che è vitale individuare. Il libro che avete tra le mani lo fa con rigore metodologico, ampiezza di fonti e manifesta passione, mantenendosi in quella forma del trattato che obbedisce alle esigenze del tempo senza lasciarsene divorare.