Differenze di genere e diritti lgbtq: l’esempio di Whatsapp

di Ilaria Florio

Whatsapp come l’Islanda, anzi meglio! Spulciando tra le ultime emoticon dell’App più scaricata al mondo, si ha quasi l’impressione di vivere in una delle civilissime città islandesi, conosciute per le politiche contro discriminazioni di genere e omofobia. 

A ben guardare, infatti, tra le icone della chat, ci siamo proprio tutte e tutti (o quasi). Ci sono bambine e bambini, anziane ed anziani, poliziotte e poliziotti, atlete ed atleti, ballerine e ballerini ed ancora donne e uomini che praticano sport diversi, un lui e una lei che vanno in bicicletta, nuotano, remano, surfano, giocano a basket o sollevano pesi.

Le possibilità di rappresentazione sono tante e aumentano quando si parla d’amore. L’elenco delle coppie, difatti, è lungo e variegato: ci sono quelle gay, lesbiche, etero, i single e le single e chi più ne ha più ne metta. Tutti hanno diritto di esistere. Da soli o con figli, uno, due o più fratelli e sorelle non fa differenza, ciò che conta è che siano una famiglia. Una realtà ancora lontana da quella italiana che, con la recente legge Cirinnà, ha legittimato le coppie di fatto ma non le famiglie arcobaleno.

Alla parità di genere, i programmatori hanno aggiunto parte dell’infinita gamma di provenienze geografiche e una piccola rappresentazione dei sentimenti. Tra le ultime emoticon, accanto ai tanti colori della pelle, compaiono felicità e tristezza: emozioni universali che uniscono gli esseri umani, al di là di qualsiasi categoria e definizione.

Ma si sa, i tempi cambiano e con essi anche i linguaggi. Così ci si accorge di come alcuni codici linguistici, che sembrano esistere “solo” nella nostra mente (e nei nostri smartphone), sono più reali di quanto non crediamo.

Io, ad esempio, questa cosa l’ho capita quando ho iniziato a digrignare i denti, per riprodurre la faccina dell’imbarazzo: quella con la bocca larga e i denti fuori, per intenderci. Un’espressione selezionata talmente tante volte nelle chat con amici e parenti, da aver iniziato a mimarla, senza nemmeno rendermene conto.

Non potevo crederci! Non era più il virtuale che rappresentava la mia realtà ma la mia realtà che si adattava al virtuale! Così ho iniziato a pensare a Whatsapp come ad uno spazio con una sua specifica funzione formativa, capace di proporre altri modelli culturali. 

Del resto, le statistiche parlano chiaro: nel mondo, più di un miliardo di persone usano la nota  applicazione ed il tempo trascorso sul web e sui social è in costante aumento. Allora forse non è sbagliato prestare più attenzione a ciò che accade dentro le chat. Ad esse affidiamo molte delle nostre relazioni, dei nostri sentimenti e delle nostre discussioni, che si traducono, sempre più spesso, in icone che ci fanno sorridere, sperare e qualche volta sono causa di fraintendimenti.

In un modo o nell’altro, queste piccolissime immagini (e più in generale social e web) si confermano come una estensione delle nostre menti e dei nostri corpi.

Viene da pensare che, se la crisi economica rischia di indurre gli Stati verso una lenta retrocessione sui diritti civili e sociali, forse potrebbe essere utile individuare altri strumenti, capaci di sviluppare gli anticorpi necessari ad arginare i crescenti fenomeni di razzismo e discriminazione e chissà che non si possa ripartire proprio dal dilagante uso di smartphone e app.

Sin’ora questi strumenti sono stati uno specchio dei costumi sociali; ma se è vero che la società ha sempre anticipato e indirizzato la politica, chi ci vieta di pensare  che non possa essere altrettanto per i mondi virtuali? Chi ci dice che, oltre ad essere usati per svago e intrattenimento, non possano diventare altro, indicando la strada per una società più aperta ed inclusiva? Abbiamo ancora molto tempo per darci delle risposte, in fondo siamo solo all’inizio della trasformazione.