Città come prigione tra cinema e science fiction

di Adolfo Fattori

The Truman Show, forse uno dei film più importanti dell’ultimo ventennio, ha un padre occulto e un gemello oscuro. Il gemello, quasi la faccia nascosta, è Dark City di Alex Proyas, storia di una città che non esiste, perché viene rinnovata ogni notte da coloro che la controllano, e che controllano le menti dei suoi abitanti. Sarà la volontà di liberarsi e di seguire il suo amore e il desiderio di ritrovare una spiaggia dell’infanzia, sepolta nei suoi ricordi, a spingere il protagonista, John, a liberare la città e l’intera popolazione dall’oscurità e dalla schiavitù. La fuga di John dalla Dark City si trasforma nella costruzione di un mondo nuovo. In questo caso, il desiderio di un singolo diventa liberazione per tutti. C’è un’etica in tutto ciò? In fondo sì: è quella che costringe un “eroe” dilettante a combattere per i diritti di tutti.

È facile riconoscere il calco che accomuna la vicenda di Truman e quella di John: una città che è una prigione, che impedisce lo sviluppo delle vicende dei singoli. Che abolisce il caso e riduce tutto a necessità: programmata, calcolata, nutrita. Abolendo il caso, elimina qualsiasi possibilità di immaginare l’esistenza del libero arbitrio – per quanto questa sia illusoria. Se nella “città oscura” i prigionieri sono i suoi abitanti, a Seahaven – la cittadina di Truman – sono gli spettatori del reality show che ha come protagonista il giovanotto – sradicati dal video, anche se solo provvisoriamente, in attesa di un altro show…

Diverso è il caso del romanzo che è nascostamente a monte di tutti e due i film: Time Out of Joint di Philip K. Dick, conosciuto in Italia come Il tempo si è spezzato, L’uomo dei giochi a premio, Tempo fuori luogo, Tempo fuor di sesto, il titolo più vicino a quello originale, una citazione dall’Amleto di William Shakespeare: “Il mondo è fuor di squadra: che maledetta noia, essere nato per rimetterlo in sesto!”

Ricordiamone la trama.

Ragle Gumm è una persona tranquilla. È un uomo di quarantasei anni, reduce della II Guerra Mondiale, che vive con la sorella, il cognato e il nipote in una di quelle cittadine americane – forse del midwest – che abbiamo imparato a conoscere a cinema e che immaginiamo popolate da famiglie piccolo borghesi moderatamente consumiste e tranquille, tutte comprese fra pettegolezzi sui vicini, cene con gli amici, partite a bowling.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta, e anche se c’è la guerra fredda intuiamo che la paura per la guerra e la bomba, seppur presente, non va oltre una rassicurante quotidianità – un argomento di conversazione fra vicini di casa, come l’andamento dei consumi o la bontà della cena.

L’unico – forse – elemento curioso è il modo in cui Gumm si guadagna da vivere: risolvendo ogni settimana il problema proposto da un concorso a premi ospitato sulle pagine di un quotidiano, le istruzioni per la cui risoluzione sono accompagnate da sibillini messaggi.

Ragle è il “campionissimo”, è conosciuto dappertutto, e dedica alla sua attività la maggior parte della giornata.

Il suo è un mondo ordinato e tranquillo, dove non succede mai niente di rilevante, ma poco alla volta, il nostro matura la convinzione che il tessuto della realtà cominci ad avere delle smagliature, a sfarinarsi sotto i suoi occhi: teme di soffrire di “allucinazioni”.

Sempre più preoccupato, prima da solo, poi d’accordo col cognato, Ragle cercherà di abbandonare la città in cui vive, per scoprire cosa gli succede intorno: si sente vittima di un complotto dai contorni e dalle motivazioni oscure, ed è combattuto fra l’accettare di essere diventato un paranoico, o il decidere che davvero c’è qualcosa che non va per il verso giusto, un qualcosa che ha intaccato addirittura il tessuto della realtà, come quando, discutendo col cognato delle stranezze che stanno accadendo, esclama, citando forse inconsapevolmente il poeta inglese: “… il tempo è fuori squadra.”

Insomma, delle due l’una: o la sua capacità di percepire ed esperire il mondo si sta alterando – e allora l’ipotesi della psicosi è la più plausibile; oppure, davvero sta succedendo qualcosa di strano (e questo sarebbe confermato dal fatto di condividere con sorella e cognato esperienze sconcertanti) – e allora vuol dire che si può risalire alle cause degli avvenimenti. Ma per farlo bisogna uscire fuori dai confini della città.

Le perplessità relative all’interpretazione dei fatti vengono superate decidendo per l’azione: non c’è spazio quindi per dubbi metafisici – o psicologici: se c’è un complotto i responsabili sono terreni.

Gumm e il cognato decidono di avventurarsi in un viaggio che comunque assume per loro i connotati di una fuga, e questa decisione gli permetterà non solo di scoprire che la realtà è forse più banale – anche se non meno terribile – di quanto si fossero aspettati, ma anche i ruoli cruciali che in essa loro si trovano a giocare.

Siamo infatti nel 1997 ed è in corso una guerra civile fra la Terra e la colonia terrestre sulla Luna, e Ragle Gumm è l’unico – grazie alle sue naturali doti di intuizione – che può risolvere i problemi balistici connessi al lancio e all’intercettazione dei missili. Solo che non deve saperlo. Perché ne soffre: non vorrebbe fare la guerra ai suoi simili, vorrebbe vivere in pace, nel mondo che ricorda dalla sua infanzia.

E quindi è stato necessario mascherare i problemi di balistica da concorso a premi, costruire un’intera città finta, modificare d’accordo con lui la memoria di Gumm e di parte degli abitanti della cittadina, innestando ricordi artificiali e occultando quelli veri.

In effetti, quando è cominciato l’esperimento, Ragle è un pezzo grosso dell’esercito, ormai sempre più preoccupato e stanco – per la responsabilità che gli è toccata, per la tristezza che sente verso un mondo sempre più pericoloso e ostile.

Per poter assolvere la sua missione, deve nasconderla anche a se stesso: i calcoli balistici devono essere tradotti, devono simulare un gioco.

È per questo che si rifugia in una realtà gratificante e rassicurante: quella della sua infanzia, fatta di supermercati, di “maggioloni” Volkswagen, di concorsi a premi, di spensieratezza – gli USA degli anni Cinquanta, “l’età dell’innocenza”, in cui lo scrittore, già nel 1959, quando pubblica il romanzo, incomincia a intuire le prime incrinature. Nel 1962 comincierà l’intervento americano in Vietnam, un anno dopo John Kennedy verrà assassinato.

E così, Ragle Gumm si fabbrica una realtà fittizia. La credibilità di questa è assicurata dalla tecnologia, che permette di ricostruire una cittadina americana del 1959, e di intervenire sulle memorie delle persone. Ma anche dal fortissimo desiderio di Ragle di far ritorno alla sua infanzia, deisderio che agevola la sostituzione tecnologica della memoria.

Tanto che quando Gumm si rende conto delle ragioni dei coloni lunari e decide di abbandonare la Terra per offrire il suo aiuto alla Luna, sarà facile ai suoi ex alleati, una volta ripresolo, farlo regredire nuovamente al mondo della sua illusione.

Ragle, ritrovando pian piano la sua memoria anteriore, scopre alla fine che il suo desiderio di serenità si è rivelato più forte delle sue convinzioni politiche.

Qui Dick, giocando sulla paura del complotto antiamericano, rielabora il tema: il rischio dell’invasione non ha più come luogo degli invasori esterni capaci di sostituirsi agli umani clonandone i corpi, bensì dei propri simili, anzi è il protagonista ad essere il vero straniero nella sua stessa terra, e il nemico non è l’invasore, ma il legittimo governo del paese.

La paura iniziale del protagonista per l’incredulità e l’incomprensione diventa paura dell’isolamento e di una trappola collettiva che gli si è chiusa attorno.

Ma c’è dell’altro da dire, per scandagliare meglio la macchina narrativa organizzata da Dick, il suo meccanismo, i suoi punti di riferimento.

Vale la pena di riprendere brevemente la vicenda, passando per così dire dal piano dell’intreccio a quello della fabula, per cercare di estrarne il nucleo fondamentale.

Ragle Gumm è un individuo che – soverchiato dalle sue responsabilità e disperato perché teme di assistere alla fine del mondo che gli è caro – decide in un accesso di onnipotenza di cambiare il tempo, anzi il suo tempo personale; di più, di farlo tornare indietro, fino all’epoca felice della sua infanzia, rifugiandosi così in un eterno presente, e contemporaneamente assentandosi dalla realtà.

Ritrovare da adulto questo tempo perduto gli permetterà di continuare a svolgere il suo compito senza essere condizionato dalla paura di sbagliare, e di vivere serenamente.

Ma per far questo deve agire sul mondo esterno: fabbricandosi una realtà alternativa – e su se stesso: modificando la propria memoria, e quindi la sua identità, attivando di fatto un processo di morte e rinascita.

È in pratica un complotto, quello che Ragle ordisce ai danni di se stesso, attraverso la creazione del suo stesso doppio, un complotto che da benigno, tale da permettergli di vivere nel mondo che ha sempre sognato – e in cui lui è in fondo un bambino che gioca – si trasforma in un meccanismo che lo fa precipitare nell’incubo.

L’esperimento va avanti per tre anni – o almeno questa è la percezione che ne ha Ragle – finché qualcosa si inceppa: nel rassicurante ambiente familiare della routine quotidiana fa irruzione un elemento inquietante che costringe i protagonisti ad operare uno scarto, una frattura nel flusso delle cose, e ad uscire dal sistema in cui vivono per poterlo osservare dall’esterno, e verificare le proprie ipotesi e paure.

Dick mette in opera qui uno dei dispositivi narrativi più sfruttati dal fantastico, poi recuperati dalla science fiction: l’esitazione che ci coglie di fronte a qualcosa di insolito, inatteso, incoerente con le nostre attese, e che ci fa dubitare della qualità delle nostre percezioni, e della nostra stabilità mentale, come avviene in certi sogni, e incubi.

Nella fantascienza, però, a differenza che nel fantastico, l’esitazione si scioglie presto e, come in Time Out of Joint, i dubbi dei protagonisti trovano una soddisfazione del tutto razionale: verosimile anche se non sempre plausibile.

Alla sua base è il meccanismo del perturbante, così come è stato definito da Sigmund Freud.

Meccanismo chiamato in causa spesso per spiegare certi aspetti della macchina narrativa e per il dispositivo cinematografico nel suo complesso.

E nel romanzo di science fiction che ho raccontato così diffusamente, l’autore permette al protagonista di costruire per se stesso un intero set cinematografico permanente, dove realizzare il suo sogno in pieno, diventando il protagonista innocente e inconsapevole del suo stesso film, e portando alle conseguenze estreme l’obiettivo del cinema e del racconto fantastico, quello di integrare definitivamente “… il fruitore col testo”: quando riesce finalmente, col suo compagno di avventure, a lasciare la città, si accorge che questa si interrompe improvvisamente, con una soluzione di continuità così netta da far pensare alle città dei set televisivi o del cinema, in cui dietro le facciate delle case non c’è nulla, se non assi inchiodate a fare da spalliere per tenere in pedi le quinte delle scenografie.

Tanto da sospettare la psicosi solo quando si trova a contatto con la vecchia realtà, quella vera: è solo allora che scatta l’esitazione, che si attiva il perturbante, tanto Ragle si è immerso nella sua realtà immaginaria. E lo costringe a capire – e ricordare.

Ma, contemporaneamente, attraverso il recupero dei suoi ricordi, gli eventi in cui si trova coinvolto gli permettono di tornare consapevole di se stesso e di rendere altrettanto cosciente le sue scelte etiche di fondo: come era dovuto fuggire dalla realtà attraverso la costruzione di una identità immaginaria, così, per compiere quello che ritiene il suo dovere, deve tornare a fuggire nella realtà, quella condivisa, comune a tutti.

 

Bibliografia

Abruzzese A., La Grande Scimmia, Napoleone, Roma, 1979.

Albano L., La caverna dei giganti, Pratiche, Parma, 1992.

Dick P. K., L’uomo dei giochi a premio, Mondadori, Milano, 1968 (1959).

Freud S., Il perturbante, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Boringhieri, Torino, 1969 (1919).

Fattori A., Di cose oscure e inquietanti, Ipermedium, Napoli, 1995.

Hofstadter D. R., Gödel, Escher, Bach, Adelphi, Milano, 1984 (1979).

Jameson F., Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Milano, 2007 (1991).

Shakespeare W., Amleto, Mondadori, Milano, 1988.

 

Filmografia

Proyas A., Dark City, USA, 1998.

Weir P., The Truman Show, USA, 1998.

 

Pubblicato in Krill, Anno II, numero 02 – 2010, Lupo Editore.