Il gioco della coscienza e dell’assurdo – Su “L’Essere e l’Io” di Gianfranco Pecchinenda

di Adolfo Fattori

“Qual è dunque il punto di vista dell’Io?

Non ne ha alcuno […]

Trascorrere in un soffio come un’avventura dell’anima,

levarsi dal nulla a cui sfuggiamo,

per poi dissolversi nel nulla che si richiude su di noi”

Gottfried Benn, Osteria Wolf



“Se è possibile narrare è senza dubbio

grazie alla «struttura» stessa della realtà”

Linda De Feo, Il raggio verde



“Torniamo, allora, al lettore sociologo:

lettore come tanti che ha l’occasione

di fare tesoro di ciò che il testo letterario innesca

in un modo utile al suo mestiere

di ricercatore sociale”

Giap Parini, Il cassetto dei sogni scomodi
 

“L’uomo è un’autocosciente nullità”. Questa affermazione, perentoria e spietata, è il fulcro del pensiero di un oscuro filosofo tedesco della metà del XIX secolo, Julius Bahnsen, allievo di Arthur Schopenhauer, di cui porta alle ultime conseguenze il pessimismo filosofico, al di fuori, in ogni caso, di ogni visione romanticheggiante o idealistica. La frase non ammette eccezioni, ed è conclusiva – ma anche vertiginosa, nell’impressione contraddittoria che trasmette: se siamo nullità, come possiamo essere autocoscienti?

Uno degli interrogativi di fondo delle discipline scientifiche che studiano il funzionamento della coscienza, e della mente (cfr. Montani, 2014) Eppure… eppure convince, in maniera oscura, subdola, seducente. Perché se siamo razionalisti ed empiristi, se “crediamo” nella scienza, così come si è sviluppata dall’alba della Modernità, non possiamo immaginare un motivo teleologico, nella nostra esistenza, ma siamo costretti a ricorrere al lavorio del caso, e dell’evoluzione naturale, che premia i più adatti alla sopravvivenza. E – nel nostro caso – facendoci titolari di un dono e insieme di una maledizione crudeli: l’autocoscienza, appunto. Che dopo essersi nutrita per secoli – per millenni! – delle illusioni del religioso (cfr. Ferry-Gauchet, 2005), comincia a rovinare su se stessa proprio nell’Ottocento.

Le suggestioni del pensiero di Bahnsen risuonano in sottofondo, riverberano silenziosamente attraverso Friedrich Nietzsche, fino al pensiero dei primi decenni del Novecento, quello dei filosofi Edmund Husserl, Karl Jaspers, Ernst Mach, che concentrano sull’umano come soggetto di percezione e di immaginazione il loro discorso, e di sociologi come Alfred Schütz e Arnold Gehlen, che estendono al nostro rapporto col mondo sociale la riflessione dei filosofi. E, a scrutare bene, anche nel lavoro di scrittori come Emmanuel Bove, Albert Camus, Drieu La Rochelle, per poi riemergere nella dimensione filosofica di Jean-Paul Sartre, giusto per fare degli esempi.

E sono una delle implicazioni di L’Essere e l’Io, l’ultimo saggio del sociologo napoletano Gianfranco Pecchinenda appena pubblicato da Meltemi, che cita molti degli autori che ho richiamato qui sopra per articolare una lunga, approfondita riflessione su come si è modificata l’immagine che l’umano ha elaborato di se stesso, i traguardi che ha raggiunto, i vicoli ciechi in cui si è infilato, l’abisso che gli si spalanca davanti agli occhi della mente quando spinge a fondo la sua attività di riflessione e autoriflessione – e i sentieri che prova per neutralizzarne il potere di attrazione.

Perché se il percorso della riflessione dell’umano sul mondo, attraverso le formazioni sociali che ne hanno fatto la storia e coloro che le hanno abitate conducono da un lato alla consapevolezza dell’assurdità dell’esistenza, a un “Che ci faccio qui?” (Chatwin, 2004) senza risposta, dall’altro all’incarnarsi in infinite storie, in una moltitudine di narrazioni che si sono organizzate in quello che Pecchinenda chiama “sistema mimetico”, visioni e architetture che cercano di rappresentare la realtà del mondo sociale e della condizione umana per dar loro un senso che possa essere accettabile, che possa rendere comprensibile la storia del mondo, il nostro percorso biografico, il groviglio, i viluppi, le reti che si intrecciano fra la nostra storia e le storie dei nostri simili (Schapp, 2018). Insomma, l’arte, e in particolare la letteratura. Che corre parallela alla sociologia: se ci si pensa con attenzione, le affinità fra le due sfere sono profonde: la letteratura narra le vite degli umani, e finisce per fare sociologia (cfr. Parini, cit., 2017). Basta pensare a quel monumento alla letteratura che è L’uomo senza qualità di Robert Musil, in cui lo scrittore austriaco, attraverso il suo alter ego Ulrich Anders fa da “osservatore partecipante” della vita viennese dell’anno che precede la prima grande catastrofe del XX secolo, la Prima guerra mondiale (cfr. Pecchinenda, pp. 104, 302). L’aspetto significativo, è che Musil non prova a “fare il sociologo”, ma si trova a farlo senza volerlo.

E facendo il narratore, finisce per fare sociologia – una sociologia “sensibile” all’umano, alla sua condizione esistenziale.

A differenza ad esempio del suo contemporaneo e connazionale Hermann Broch, che volendo fare sociologia attraverso la narrativa, dopo un vero e proprio capolavoro, I sonnambuli (1997), pubblicato nel 1932, nei romanzi successivi finisce per essere stucchevole e pretenzioso (cfr. Fattori, 2013, p. 82).

Il movimento della sociologia va incontro a quello della letteratura: per descrivere la realtà sociale deve raccontare, narrare storie. La storia del mutamento sociale, le storie di coloro che lo abitano e lo hanno abitato. Fondere biografia e Storia, come scriveva nel 1959 Charles Wright Mills nelle prime pagine di L’immaginazione sociologica (2014): vedersi dentro la Storia con le proprie vicende personali, consapevoli di essere un prodotto di quella, ma anche di costruirla. Senza illusioni metafisiche o fantasticherie idealistiche.

Per costruire il suo discorso il sociologo napoletano parte dalle riflessioni sull’essere dell’uomo che si sono sviluppate nell’Età antica, da Platone e Aristotele in poi, per passare attraverso l’affermarsi del Cristianesimo e dei primi accenni di autoriflessione su se stessi e le responsabilità nei confronti del mondo, fino all’emergere dell’Età moderna, il Protestantesimo, l’affermazione dell’Umanesimo. E il conflitto interno, che esplode con Cartesio, alla visione dualistica del mondo e dell’umano.

Pecchinenda cita il sociologo australiano John Carroll che nel suo Il crollo della cultura occidentale (2009), lavorando sulle opere di William Shakespeare, Miguel de Cervantes e Diego Velázquez mette in evidenza un momento cardine della riflessione della Modernità sull’umano. A partire da lì, il sociologo napoletano segue il mutamento che man mano ha avuto l’immagine che abbiamo di noi stessi e del nostro rapporto col mondo: dall’affermarsi definitivo di un “Sé riflessivo”, in continuo dialogo con se stesso – e del corrispondente sviluppo della consapevolezza del nulla che ci attende, dell’assenza di qualsiasi luogo del sacro e della metafisica – alla definitiva certezza che la realtà del mondo e della nostra vita sono solo il dominio di una beffarda dimensione dell’assurdo, quella esplorata da scrittori come Albert Camus e Jean-Paul Sartre, ma anche Emmanuel Bove o Drieu La Rochelle.

Fin qui il percorso delle riflessioni di Gianfranco Pecchinenda segue sentieri in parte già tracciati, da lui e da altri studiosi che ne condividono l’approccio.

È dopo aver delimitato e definito il campo in cui lavorare che il sociologo propone un passo ulteriore nella ricerca e nell’esplorazione delle dimensioni della condizione umana, proprio a partire dal dibattito sul dualismo e sulle sue articolazioni, e per liberare il campo da qualsiasi tentazione “essenzialista”: uomo/mondo, materia/spirito, corpo/anima.

Viviamo nel nostro corpo e col nostro corpo, lo percepiamo come nostro essere, ma anche come qualcosa di separato da noi – forse solo quando siamo persi nei nostro pensieri, nel continuo dialogo che conduciamo con noi stessi dimentichiamo questa… distanza, percependo però una ulteriore separazione, quella fra le due parti, sempre lo stesso ente, che dialogano fra loro…

Ecco, la definizione che sceglie Pecchinenda, quella dell’uomo neuronale, forse è utile a chiarire il fenomeno, la percezione di un “me stesso” separato dal “me”: le nuove strade battute dalle neuroscienze (cfr. Kandel, 2012, Montani, cit.) permettono di articolare ipotesi sul funzionamento del nostro rapporto col mondo che confermano le basilari ricerche dei sociologi e filosofi di approccio fenomenologico, come Mach o Schütz, e chiariscono la relazione che si instaura fra noi e l’opera d’arte – romanzo, film, quadro, scultura – la mediatrice nel sistema mimetico fra l’umano e il reale.

La mediazione fra l’umano, il “se-stesso” e il mondo diventa quindi il linguaggio, la tecnologia più potente prodotta dall’umanità, tecnologia che ci permette di immaginare e raccontare storie. Anzi, seguendo le orme di Wilhelm Shapp, noi siamo storie, siamo completamente “irretiti” in storie: nella nostra, come in quelle di tutti coloro che ci hanno preceduto, ci sono coetanei, ci seguiranno, anche. Storie che formano l’intero mondo sociale e individuale. Consapevoli di questa realtà, possiamo finalmente abbandonare qualsiasi velleità essenzialista, disinnescare le trappole dell’idealismo, sciogliere i nodi della metafisica, e raggiungere la consapevolezza di essere, appunto “nullità dotate di autocoscienza”, ma abitanti dei territori delle storie infinite che ci narriamo e che narriamo, senza mai interromperci – forse per consolarci della vacuità del tutto, in attesa del “nulla che si richiude su di noi”.

 

Bibliografia

Benn G., (2009), Osteria Wolf, in Romanzo del fenotipo, Adelphi, Milano.

Carroll J. (2009), Il crollo della cultura occidentale. Per una nuova interpretazione dell’Umanesimo, Fazi, Roma.

Chatwin B. (2004), Che ci faccio qui?, Adelphi, Milano.

De Feo L. (2017), Il raggio verde. Riflessioni erratiche e interpretazioni sociologiche, Mimesis, Milano – Udine.

Fattori A. (2013), Sparire a se stessi. Interrogazioni sull’identità contemporanea, Ipermedium, S. Maria C. Vetere.

Ferry L. – Gauchet M. (2005), Il religioso dopo la religione, Ipermedium, Napoli.

Kandel E. R. (2012), L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla Grande Vienna ai giorni nostri, Raffaello Cortina, Milano.

Montani, P. (2014), Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Raffaello Cortina, Milano.

Parini G. (2017), Il cassetto dei sogni scomodi. Quel che della letteratura importa ai sociologi, Mimesis, Milano – Udine.

Pecchinenda G. (2018), L’Essere e l’Io. Fenomenologia, esistenzialismo e neuroscienze sociali, Meltemi, Milano.

Schapp W. (2018), Reti di storie. L’essere dell’uomo e della cosa, Mimesis, Milano – Udine.

Wright Mills C. (2014), L’immaginazione sociologica, il Saggiatore, Milano.