Gli altri

di Luisa Ruggio

                                        

 

   “L’Inferno sono gli altri.”

                                                         (Jean-Paul Sartre)

 

Le ragazze strigliano il pavimento, rimandando la paura. Lo squillo del telefono, un respiro che non viene bene. L’acqua saponata passa sulle impronte degli uomini notturni, sulle loro armi nere al crocevia di periferia fermentata. Nei tramonti, i bar accolgono razza malevola, vecchi trafficanti, giovani aguzzini, donnine che tengono il gioco parlando cifrato, gesticolando con unghie smaltate.

La domenica mattina è tutto finito, c’è quella luce obliqua, entra dalle finestre della cucina, inonda il tavolo, le pieghe della tovaglia della sera prima, il bianco del biglietto, la calligrafia della madre:

“ Vado a servizio nella villa al mare, figlie mie. Non datevi pensiero per me, questi ricchi che prima erano poveri sono peggiori degli altri ma pagano subito e bisogna comprare il latte anche domani. Vi voglio bene, mamma.”

Sono venuti col buio, bussando forte alla porta, dallo spioncino lei ha visto le facce squadrate, gli spilli neri degli occhi, passa – su per la spina dorsale – l’odore del tè ai frutti di bosco, una tazza grande per non prendere sonno sui libri di scuola, la notte ci può essere pace certe volte, un bagno caldo dopo un’aritmia dissimulata nello sforzo di sbrigarsi a diventare grande.

Perciò, essendo sveglia a quell’ora, è lei a farli entrare, con un sorriso ebete che le taglia in due la faccia, indossa la vestaglia verde smeraldo, misura del vitino di vespa di sua madre quando era una ragazza di colori terragni, nel caramello dei lumi della sera.

Quella bellezza, nella schiusa della porta, macchia la visita di assurdità. Indietreggia. E’ strana la ragazza, pensano gli esecutori del mandato, resta calma in mezzo al disordine. Rovistano ovunque, rivoltano i quadri, spostano i mobili, spogliano la casa con gesti ruvidi. Lei gli indica altre stanze, cassetti, tasche, senza mai smettere di sorridere, senza sapere cosa cercano. Uno di loro affonda le mani nella cesta della biancheria, ghigna, gli altri gli vanno vicino e lo sfottono quando ne estrae un paio di slip di cotonina bianca, fiuta l’odore della ragazza, la guarda, le dice che ha bisogno di controllare il garage.

Dal sottoscala sale l’odore della pioggia misto ai fumi della manifattura di tabacco, lei cammina cercando di scomparire per non fargli venire voglia. La luce è fioca, si vede poco. Dietro gli scatoloni ci sono vecchie cornici, coperte, una casa di bambole e il ritratto di un’antenata che sembra osservare il modo in cui lui la sfiora. Il modo in cui

La pagina elettronica si interrompe in quel punto perché mentre sto tentando di finire un racconto che mi hanno commissionato e per il quale non c’è anticipo e in generale non ci sono soldi, la mia coinquilina batte tre colpi alla porta ed entra in questa stanza col letto ancora da rifare per la fretta di mettersi a scrivere. Ci sono molti dubbi su questo mettersi a scrivere, ci sono strani tic di cui è imbarazzante parlare. Il da farsi è pagare l’affitto di una stanza, sistemare una scrivania davanti a una finestra al quarto piano che filtra male il frastuono del viale, aprire una pagina elettronica come ci si tappava il naso per andare sott’acqua quando la tecnica di mandare aria fuori dalle narici era ancora una cosa da grandi, sentire un respiro che s’ingolfa quando la ragazza dalla straordinaria biondezza fa irruzione nello spazio della scrittura prendendo posto sul letto che non voglio guardare altrimenti mi vengono in mente tutte le orrende cose che ci sarebbero da sbrigare invece di questo tentativo di racconto interrotto.

Lei comincia a parlare dei fatti suoi, di un ragazzo che dopo molti anni ha rivisto in un bar, si avvicina per farmi annusare il profumo che lui le ha lasciato sulle guance salutandola, io non sopporto i profumi, mi fanno venire il mal di testa, sotto passano le auto ed è cominciato il freddo, la notte mi stringo al musico che dorme e gode con me, il piumone finisce sempre dalla sua parte e lui ha nondimeno l’accortezza di alzarsi per fare il giro delle sponde e coprirmi bene perché sa che non posso permettermi di ammalarmi.

Ammalarsi vuol dire lavorare meno, meno straordinari, meno di tutto, a fine mese quando vado a incassare l’assegno rassicuro l’addetto di turno spiegando che noi giornalisti spremuti nelle redazioni di piccole emittenti perché non vogliamo conoscere nessun amico potente che ci faccia svoltare, veniamo pagati un po’ alla volta e abbiamo il vezzo di incassare gli assegni in banche diverse. Applico l’occulta bontà della menzogna per evitargli assurdi conteggi, è inutile fargli venire una colica d’immaginazione rendendolo partecipe del mio miserrimo guadagno.

Del resto, ho elaborato una forma di riguardo verso me stessa, dal dieci del mese in poi – dopo aver pagato l’affitto, le bollette, fatto un po’ di spesa – fingo di essere in guerra e mi ripeto che sono finiti i carburanti. Allora ogni cosa assume un contorno diverso, uno spicchio d’aglio è prezioso. Mi tornano in mente certe confessioni tarde dei vecchi di casa che mi chiamavano in disparte, la domenica pomeriggio, dopo il pollo al sugo, per mettermi a parte di certe loro privazioni, infanzie eroiche finite nei romanzi.

Penso a Henry Miller nei bordelli di Parigi, quando tutto ciò che desiderava era una sedia, un posto dove potersene stare tranquillo durante la stesura di un libro, stordito dall’appetito e dall’odore dei capelli di Anais Nin che accettò di scrivere certi racconti erotici perché le servivano i soldi pagati dallo sconosciuto che li commissionava.

La coinquilina dalla straordinaria biondezza continua a parlare, è affranta perché non sa proprio che pesci prendere. Questo modo di dire dei pesci da prendere è affascinante, come direbbe una mia amica scrittrice che quarant’anni fa ha lasciato il Paese. Il giorno in cui è cominciato il tour promozionale del suo primo romanzo, i dottori hanno diagnosticato la sclerosi multipla di suo figlio, lei mi ha detto che era più felice prima, quando badava ai bambini degli altri per pagarsi gli studi, quando indossava calze di nylon smagliate simulando una distrazione nel momento in cui qualche signora bene glielo faceva notare, con un filino di sadismo, ben inteso. L’ho conosciuta durante la presentazione di un suo libro, ero stata invitata a fare il relatore da una libraia che mi sorride sempre quando deve chiedermi un favore.

Ho promesso di dare un’occhiata al libro, poi ho preso due aerei per arrivare in Estonia, avevo messo dei soldi da parte per andare a trovare il musico che dorme allacciato a me, volevo portargli Il canzoniere della morte di Toma, avevo trovato una copia del libro in un negozietto una bella mattina in cui sgusciare via da una conferenza stampa sulla sagra della polpetta si era rivelato facile, era bastato indossare gli occhiali da sole – quelli taroccati di cui mio padre dice “Ti faranno diventare cieca e non potrai più leggere libri!” – ignorare gli orrendi occhietti languidi di tutti quelli che desideravano essere chiamati in disparte per un’intervista.

Che bel sole fuori, il fresco, il chiaro della pietra ed anche un po’ la nausea per questa bellezza sempre uguale, i libri stipati su una mensola, il titolo in copertina che rievocava il tempo di una cena in cui il musico mi parlò del professore che gli aveva fatto conoscere i versi di Toma, quel libro che cercava e che avevo trovato. Al cambio, mi hanno dato dei soldi chiamati corone estoni, buoni per pagare il taxi, il caffè lungo, gli ingredienti di una torta fatta in casa col rischio di far saltare l’allarme antincendio. In Estonia ci potevo restare pochi giorni, bisognava tornare in redazione a racimolare il necessario per arrivare al dieci del mese, rassicurare l’addetto di turno in banca, provare a scrivere un racconto interrotto, leggere il libro che avevo promesso di leggere per poi fare il relatore – i sorrisi della libraia – e intervistare la romanziera.

Eravamo sempre avvinghiati io e il musico nei giorni estoni, a mantenere la promessa di leggere il libro non ero buona. Al ritorno, in aereo, manco. Una volta in Italia mi sono imbattuta felicemente in un festival del Racconto, con un gelato sotto la pioggia me ne andavo contenta pensando a tutte le letture, agli scrittori, agli editori, ai passanti, a quanti non hanno capito che scrivere è un mestiere e pensano pure che non è un mestiere che fa diventare ricchi di colpo e in virtù di questa considerazione vogliono subito avere la tua amicizia su Facebook perché ti stimano molto come persona e vorrebbero farti leggere le loro poesiole innocenti di cui sicuramente qualche editore che tu conosci sente molto la mancanza.

Al momento di incontrare la romanziera, ero sprovvista di tutto e questo esserne sprovvista mi faceva aumentare il passo mentre mi staccavo dallo sciame degli aperitivi musicali, gli aperitivi poetici, gli aperitivi letterari, gli aperitivi fotografici, gli aperitivi architettonici, gli aperitivi cinematografici, gli aperitivi politici, gli aperitivi generici dove si incontrano spesso quelli che hanno pagato per pubblicare i loro libri, quelli che fanno un mucchio di presentazioni di questi loro libri autoprodotti che poi loro stessi comprano per evitare la ghigliottina benedetta del macero e rifilarli ai parenti travestiti da lettori nei palazzi marchesali presi in prestito dalle associazioni onlus durante la festa della donna, della mamma, del papà, il mese della prevenzione, il giorno della memoria, la settimana dell’asino che vola nella splendida cornice e nella pregiatissima manifestazione.

Scivolando sulla moquette color vino del museo, la romanziera ha fatto lo slalom tra i birilli cotonati che millantavano una fastidiosa confidenza coi suoi scritti, con la sua vita. “Pensa ai soldi”, si diceva lei, mentre la libraia cercava a tutti i costi di farle sapere che sua figlia pure voleva scrivere i romanzi. Allora, la memoria della nuotata in una piscina di alligatori in Africa, le è tornata in mente, lampante. Poi, la libraia ha cominciato a fare come il picchio col tronco di un albero usando come becco il suo gomito e come tronco il mio braccio, insistendo: “Dalle i tuoi libri, dalle i tuoi libri”. La faccia assatanata di Jack Nicholson in Shining dopo che ha sfondato la porta con un’accetta, il monologo allo specchio di Robert De Niro in Taxi Driver: “Ehi, dici a me? Dici a me? Guarda che ti ho sentito, dici a me?!”.

Così per mettere le cose in chiaro e stabilire una volta per tutte che io favori non ne voglio, gliel’ho detto subito alla romanziera che il suo libro non l’avevo letto. Però volevo farle delle domande circa il metodo di tortura che avrebbe volentieri riservato a quanti ti interrompono bellamente mentre stai tentando di scrivere un racconto senza mai voltarti a guardare il letto ancora sfatto che potrebbe ricacciarti in groppa alla mente tutte quelle cose da sbrigare mentre sei senza paracadute all’undici del mese e l’addetto agli assegni sogna la vita mondana degli operatori della cultura e in genere di quelli che se la passano proprio bene perché lavorano in tivvù, scrivono libri, hanno fatto la gavetta.

Siamo diventate amiche, la romanziera e io, il fatto si è palesato la sera stessa quando, subito dopo la presentazione, siamo fuggite da una cena combinata dalla libraia e sua figlia che pure scrive i romanzi, all’avventura.

E, durante il nostro girovagare nel buio rischiarato dai lampioni, la romanziera mi ha raccontato lo strano caso di un persecutore che la braccava di città in città, di presentazione in presentazione, non per violentarla e ucciderla come fanno i persecutori seri dei film americani ma per chiederle il favore di portare il suo manoscritto glorioso alla corte del grande editore.

Quando è arrivata in albergo, si è messa a lavorare a un romanzo nuovo, aveva fretta di incassare l’anticipo, doveva operarsi una specie di tumore. Dopo l’operazione, è tornata a sbrigarsi a scrivere. “Pensa ai soldi”, continua a dirsi quando è troppo stanca. Deve pagare le cure del figlio e la vecchiaia.

– Per fortuna i miei familiari mi trattano a schifo, – dice – così non mi monto la testa con tutto questo girovagare per i libri che mi sottrae a loro.

Mi ha raccontato anche la storia di un vecchio rumeno o un vecchio bulgaro, ora non ricordo con esattezza, che per non pesare sulle spese dei figli poveri, si fece accompagnare in una grotta dove c’erano emissioni di gas tossici e lì dentro si è incamminato dopo aver avuto cura di piegare i suoi vestiti e lasciarli su un sasso all’ingresso. Perché la vecchiaia è un lusso che non ci possiamo permettere, mi ha detto la romanziera, dobbiamo organizzarci a morire. Ah, mi sono detta, ah.

Ho continuato a dirmi ah mentre la ragazza dalla straordinaria biondezza parlava seduta sul letto sfatto di questa camera attraversata dal fluire chiassoso del viale e dalle urla di Teresa al piano di sopra che intima in continuazione alla piccola Sofia di smetterla. Di smettere cosa non è dato saperlo. Allora Sofia tenta di suonare il flauto mentre io, proprio sotto la sua cameretta, tento di scrivere un racconto che possa restituire un margine di silenzio al palazzo intero e di pace al passo frenetico del da farsi.

Quando incontro Teresa in ascensore, mi dice sempre di non preoccuparmi quando la sento urlare contro Sofia, ché un giorno quando avrò figli capirò, io le dico che non voglio avere figli un giorno e che quindi non capirò, lei dice che sono tutto i figli, io dico “allora cosa urli?”, lei risponde “Non mangia e non fa i compiti quella!”, io dico ah.

Squilla il telefono, la coinquilina risponde, lascio la pagina elettronica per andare sotto il getto bollente della doccia, allago il bagno, prendo molto freddo mentre asciugo tutto con uno strofinaccio, rischio di rompermi l’osso del collo prendendo la telefonata di mia madre che mi ricorda l’impegno categorico per la cresima di mia sorella, perché io sono la madrina ma non posso leggere i passi della Bibbia durante la funzione dal momento che una catechista è molto invidiosa di me che leggo il telegiornale. Poi mi devo anche confessare, e siccome non frequento nessuna parrocchia non sono abilitata. Esattamente, cosa vuol dire essere una madrina?

Io conosco solo le fate madrine della Bella Addormentata, a parte l’amore che provo per mia sorella. Non ho mai urlato con lei. Anche quando non mangiava. Anche se non faceva i compiti. E quando ho scoperto che era diventata abbastanza grande da trovare il mio blog on line, ho cercato di scrivere cose che non le facessero male. Cose ammantate di ciò che chiamano prosa poetica, eppure la prosa poetica mi fa vomitare e quando la sento nominare mi accorgo di essere stata meschina con le parole e anche un po’ bugiarda, le ho vestite, non le ho lasciate libere di andarsene nude in giro per la casa, gli ho abbassato le tapparelle come fa la coinquilina di notte perché ha paura che entrino i ladri e i mostri. Ed io non so che cosa potrebbero rubare questi signori ladri, questi signori mostri, così mi pare di aver sognato l’avverarsi dell’ipotesi e il conseguente furto di un cartoccio di uova. Mi pareva un incubo e l’ho detto al musico che dorme allacciato a me e lui mi ha spiegato che quello è un sogno che non ha i contorni dell’incubo.

E mentre la ragazza dalla straordinaria biondezza mi parlava seduta sul letto sfatto, interrompendo il tentativo di scrivere un racconto, Teresa al piano di sopra urlava a Sofia che tentava di suonare il flauto, prima di andare sotto la doccia ad allagare il bagno e venire a conoscenza dell’invidia della catechista, mi è tornato in mente quel detto ebraico secondo il quale un uomo per un uomo vale più di un angelo. Cercavo di capire se il finanziere del mio racconto avrebbe o no violentato la ragazza approfittando di quell’isolamento per due, nel garage, durante la perquisizione. Perché prima che la coinquilina mi interrompesse stavo per decidere che lui l’avrebbe fatto, si sarebbe trasformato in un mostro. E, subito dopo l’interruzione, avevo cambiato idea. Avevo capito che il vero mostro non aveva avuto il tempo di affacciarsi nel racconto, sarebbe stato il giovane amante della ragazza, pronto a passare sulle macerie dei fatti della vita, a sfoderare un’erezione superba, buono a fottere e andare via fingendo di ignorare la miseria profonda dell’accaduto, bravo a glissare sui lutti, a parlargli sopra, a sovrapporsi come una trasmissione radio.

I mostri non possono entrare nella casa nottetempo, ci abitano.

Quando ho finito di raccogliere l’acqua dal pavimento del bagno, mi sono vestita e sono scesa in strada.