Il futuro tra mito e serie tv

di Adolfo Fattori

Nel 2009 il network americano Abc manda in onda FlashForward, una serie tv ispirata al romanzo omonimo del canadese Robert J. Sawyer. Tanto il romanzo è lento e prevedibile, tanto la fiction tv è esplosiva e forte. La storia, in breve, è questa: un certo giorno tutti gli umani del mondo perdono i sensi per 2 minuti e 17 secondi. In questo periodo di tempo, ognuno vive il proprio futuro di esattamente sei mesi dopo. La bravura degli sceneggiatori Abc è stata quella di ribaltare il punto di vista del narratore: da quello dei responsabili del fenomeno, a quello di coloro che lo subiscono. Perché, da quel momento, tutti organizzano la propria vita in funzione di quel che hanno “visto”, in positivo o in negativo.

 

Nel 1958 Alfred Schütz, il fondatore dell’approccio feomenologico in sociologia, pubblica un brevissimo saggio dal titolo Tiresia ovvero la nostra conoscenza degli eventi futuri in cui, prendendo a pretesto la figura del veggente del mito, ragiona sul nostro modo di rapportarci al futuro. E se argomenta che Tiresia assiste, inerme, ad avvenimenti futuri su cui non ha alcun controllo, solo da spettatore, noi “vediamo” – e progettiamo – il nostro futuro individuale sulla base di un fondo di conoscenze che diamo per scontate, e che ci servono da base per immaginare e sperare quello che faremo in futuro nel mondo che conosciamo.

 

Ma che succederebbe se, invece, assistessimo a un pezzetto della nostra vita futura senza sapere da cosa è stata determinata? Pur prescindendo per un attimo dal fatto che la scienza ci dice che è impossibile conoscere il futuro? Come ci regoleremmo (per rimanere al tempo della fiction di cui ho scritto) nel programmare i sei mesi successivi ? Dove finirebbe la nostra fede nel libero arbitrio, una delle grandi scoperte/invenzioni dell’Umanesimo? Crollerebbero, insomma, i pilastri della nostra visione del mondo, di quello che sempre Schütz definisce “il-mondo-dato-per-scontato”, i baluardi della sicurezza del nostro Sé… Effetti della tarda modernità che si riverberano nella fiction tv, a descrivere in forma di iperboli o metafore la deriva dell’individuo contemporaneo.