Il Salento com’è (ma come non lo vogliamo vedere).

Note su “La vita in comune”, ultimo film di Edoardo Winspeare, con la sceneggiatura di Edoardo Winspeare e Alessandro Valenti.

Di Laura Preite

 

Fino a ieri c’era una questione che non riuscivo a visualizzare, a cui non sapevo come dare una forma verbale per esimerla dal diventare dimenticanza. Era un pensiero molto semplice in realtà. Si parla di Salento da più di vent’anni, ma nessuno lo sta raccontando per davvero. Non ho visto o letto nulla di particolarmente verosimile, credibile, sfacciato, sincero, reale sul Salento in cui vivo, in cui sono nata, da cui ho voglia di fuggire e in cui riemergo quando ho bisogno di aver qualche blanda certezza per poi rispedirmi fuori per insufficienza di aria, nonostante il vento, nonostante i venti.

Ma ecco che con uno scetticismo impettito e radicale, lunedì sono andata al cinema a vedere “La vita in Comune”, l’ultimo film di Edoardo Winspeare. Non amo Winspeare, non ho mai apprezzato particolarmente i suoi toni, la sua poetica, il suo modo troppo lirico e a tratti auto-compiaciuto di raccontare il Salento per immagini. Ma questa volta mi sono vista costretta a cambiare idea e amo quando questo avviene.

Il film è ambientato a Disperata – un chiaro riferimento al paese in cui il regista è vissuto e vive che invece si chiama Depressa – e racconta quel che avviene nella ristrettezza geografica e culturale di un paesino del basso Salento, dove ogni giorno è uguale al precedente, dove l’aria sembra solidificarsi e ingessare tutto. Un piccolo presepe in cui possiamo scovare il Sindaco del paese, Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo), amante della letteratura, dall’animo sofferente e incapace di superare l’amarezza per quel che non riesce a cambiare, per un amore che non riesce a dire, per tutto quello che lo rende diverso dal resto. Poi troviamo Pati, un piccolo criminale di paese che ritrova la strada della bellezza attraverso la poesia; suo fratello Angiolino Rrunza, anche lui nullafacente e invischiato in piccole questioni criminali, ma adoratore di Papa Francesco per il quale arriva a cambiare vita. Poi c’è Eufemia (Celeste Negro), assessore del Comune, braccio destro e musa del Sindaco, ex moglie di Pati. Donna aspra, spinosa, ruvida come la scogliera del posto in cui è nata, eppure fragile e insicura, anche lei. Ma sullo sfondo ecco le comparse che però sono l’essenza stessa dei luoghi: delinquenti, ex galeotti, nullafacenti, vecchiette, giovani disorientati, prostitute, matti.

Sembra un circo composto, che ha scelto la via del contegno, disegnato come fosse una bozza, per tratti leggeri, a volte maldestri, poco definiti. Un fumetto che lascia all’immaginazione la responsabilità di chiudere i confini delle figure, dei pensieri e delle storie che si accennano, si assopiscono, ricompaiono, ma sempre con quella atavica sensazione di questa terra di dover rimanere al proprio posto, con tutto quello che questo comporta.

Atteggiamento che rende radicale la luce, dove nel chiarore si intravede la genuinità che non si arrende, appiccicata ai muri e alle piastrelle dei bar, per le strade e i muretti a secco, sugli scogli che conosciamo solo noi. E dove nel buio, invece, si inciampa nell’arrendevolezza inveterata, nella ruvidezza e la chiusura con cui si risponde alle novità, nel perbenismo, ma soprattutto, nella viscida riverenza. Ecco dove tutti abbiamo sbattuto la testa guardando il film di Winspeare, ed è anche lo stesso fattore che ha portato gran parte del pubblico salentino a scagliarsi contro il regista appellando la pellicola come “retorica”, “non veritiera”, “falsata”. Ma credo sia stato percepito da tanti lo stesso imbarazzo che avvampa quando si sente la propria voce registrata. Ecco, il paese e i personaggi buffi descritti da Winspeare sono come la nostra voce e risentirsi non è mai semplice.

Non mancano le scene pretestuose, quelle che hanno sicuramente aiutato il regista a ricreare l’immaginario della provincia salentina senza fare sforzi eccessivi (sforzi che avrebbero sicuramente giovato al film), ma c’è tanto altro, e c’è soprattutto la capacità di aver raccontato la debolezza più grande di questo tacco d’Italia dimenticato prima di tutto da chi lo abita: l’atteggiamento ossequioso verso tutto ciò che appare migliore di noi, del posto in cui si vive, di quel che si fa. Il sentirsi sempre meno, ma il non muovere un muscolo per modificarsi. Il film è una fiaba triste e come in tutte le fiabe ci sono i vinti e i vincitori. Vince la bellezza, vince l’estremismo della poesia, le parole brevi che arrivano a smuovere la carne, che arrivano a scomporci, che ci fanno abbandonare al reale in tutta la sua scabrosità. Perde una terra schiava di se stessa, immobile, consunta, bruciata dal sole. Vinta dalla smania del soldo facile, del desiderio di guadagnare a costo del maltrattamento; perde il Salento d’oggi, che è uguale a ieri nei tempi, nei ritmi, nelle scenografie e nella visione del mondo, ma diverso per necessità. Quindi, a quelli che sostengono che in realtà la vita di paese non è più così, rispondo io, per quel che vale, dicendo che la vita di paese è esattamente così. È noiosa, è disperata, è fatta di bar pieni di silenzi, fruscii di carte da gioco e bottiglie di birra e forse non c’è niente di male, solo, basterebbe ammetterlo a se stessi con la stessa leggerezza del film di Winspeare. In questa fiaba ci vedo solo una terra che deve fare pace con se stessa, le serve risolutezza, le serve credere in qualcosa che non siano miti passeggeri; come Pati che ritrova nella poesia la gentilezza, il garbo, l’elevazione dell’anima nonostante la sua ineducazione e goffaggine, come Angiolino, che colta l’ispirazione decide di difendere il creato, la natura, forse con la stessa violenza con cui prima affrontava i furti, ma la pietra, si sa, cambia forma lentamente.

L’ossequio si mescola alla voglia di spaccare in due gli orizzonti e correre verso tutto quello che da qui ci è apparentemente negato. La poesia entra nel carcere o si sgretola nell’accento forte e nella bocche che potrebbero deturparla. Il blu intenso del mare diventa il colore e la forma più definita, quella riconoscibile e più reale. Il resto è un sorrisetto di scherno, una condanna volutamente fragile, un tentativo di dare una propria versione di quel che sta avvenendo a un posto splendido e disorientato. Non è l’attesa quel che logora, ma la mancanza. E qui manca l’aria quando è scirocco e a volte manca la voglia di cercarla. È una fiaba triste in un posto felice, il buio delle anime su un palco dove le luci accecano, è una gabbia in cui sono rinchiuse le libertà che ci si nega, una ricerca di messia seducenti, un pezzo di mondo fragile nonostante le rocce messe lì a proteggerlo.