Abbiamo la grande opportunità di sbagliare – Intervista a Giorgio Distante

Ogni tanto capita di parlare con una persona che ci regala una prospettiva diversa, un posto più scomodo da cui osservare il mondo. Ecco quello che mi è accaduto con Giorgio Distante: ho cancellato le ovvietà, ho smesso di credere, e iniziato a sentire, che la vera rivoluzione interiore nasce nel tempo che si dedica a se stessi.

Ci siamo incontrati in un bar molto frequentato di Lecce, dove il via vai delle persone e delle auto è costante, ma avevamo un angolo che per un’ora e mezzo è come se fosse riuscito a insonorizzare il tutto. Ho bevuto il mio caffè, Giorgio ha risposto alle mie domande, ma anche in questo caso, le domande preparate hanno dato le dimissioni in anticipo e abbiamo lasciato che tutto venisse fuori senza tappe, come un micro-viaggio alla ricerca di qualcosa, come sempre.

Giorgio Distante ha iniziato a suonare il clarinetto a 5 anni, poi ha perso i denti da latte e ci ha provato con il pianoforte. Gli interessavano più i Lego però. “Quando ho aperto per la prima volta la custodia della tromba, ho capito cosa avrei fatto da grande. Ci sto ancora provando, tutti i giorni. Ho studiato al Conservatorio, ne ho fatti due, e con una borsa di studio sono andato a studiare in America, a Boston e ci sono rimasto per tre anni. L’ultima volta che sono tornato in Italia ho conosciuto Admir Shkurtaj. Ascoltando e suonando la sua musica ho deciso di tornare, era la musica del futuro e poi l’America non era il mio posto…”

L.: Io ci tornerei domani… .

G.: È stata un’esperienza fantastica, Boston è una città unica, ma poi nella vita si cambia. Volevo fare Jazz e invece sono tornato in Italia e ho studiato Musica Elettronica al Conservatorio di Perugia per sei anni, lì ho conosciuto il mio primo vero Maestro, Luigi Ceccarelli.

L.: E quindi ora sei qui, vivi qui, lavori qui… Cosa ti ha spinto a rimanere? Perché hai scelto questo posto dopo un giro così affascinante?

G.: Pubblicato il mio primo disco, R.A.V. (Random acts of Violence), al quale ho lavorato per un anno e mezzo, ero completamente assorbito da questo lavoro e sono rimasto per un po’ svuotato da ogni idea. Così un mio amico mi ha portato a Lecce. Vivo qui da sei anni e sto bene. Ne vale la pena di cercare un posto in cui avere ancora voglia di fare musica. Gli stimoli qui sono le persone, quelle con cui collaboro ma anche la gente che incontro e stimo, per ragioni diverse.

L.: Io la prima volta che sono venuta a un tuo live, prima dell’inizio del concerto, ho visto la tua tromba sulla sedia e mi sono detta “ma che cos’è quella roba?”. Com’è nata l’idea di costruire quella tromba?

G.: Si chiama Hy. E.T., Hybrid Electronic Trumpet. È la sintesi tra l’elettronica e lo strumento acustico. È, soprattutto, la risposta alla mia noia: mi sono sempre annoiato, sono alla continua ricerca di qualcosa, soprattutto oltre me stesso. Mi stava annoiando anche la tromba in sé, lo strumento è monofonico. Quindi per prima cosa ho provato a dare un nuovo vocabolario al linguaggio della tromba: ho trovato suoni improbabili. Ma volevo cambiarle anche forma. Dai Lego al Meccano è stata un’evoluzione naturale: ho iniziato a montare componenti e sensori, ho imparato a conoscere la mia lingua, a dire ogni giorno una parola nuova. Credo nella serendipità, posso scoprire mondi con possibilità illimitate. Da qui ricomincio.

L.: Ho visto che porti avanti anche dei progetti teatrali. Ti ha sempre appassionato o, anche questa attività è arrivata col tempo e con i vari incontri che hai avuto?

G.: Al mio primo lavoro teatrale, BRAT, con il Teatro Koreja, mi ci ha portato Admir. Un’opera rom, un modo di fare musica con un’attenzione diversa, al di là del concerto, una visione che non avevo mai considerato. Penso che i Koreja siano tra le realtà più contemporanee che conosca e sono felice di farne, in qualche modo, parte. Poi nel 2014 con Kater I Rades. Il Naufragio opera da camera sempre di Koreja, composta da Admir Shkurtaj, abbiamo debuttato alla Biennale Musica di Venezia: ho realizzato uno dei miei obiettivi. In entrambe le produzioni suono come musicista, nella mia zona di confort. Ma poi ho incontrato Riccardo Lanzarone, un attore palermitano che mi ha voluto con lui sul palco, con un abito di scena, con le luci puntate: con Codice Nero, progetto che mi appartiene nel profondo, ho iniziato ad assaggiare il teatro in un modo del tutto nuovo: sto scoprendo il senso dello spazio, l’attenzione ai dettagli, la narrazione. A volte fare un concerto diventa banale, per questo sto cercando di dare una forma diversa a quello che farò, ma non so ancora come sarà.

L.: Ho visto che con un po’ di tuoi colleghi avete un’etichetta discografica, Desuonatori

G.: Noi ci definiamo “coordinamento di autoproduzioni per la socializzazione di musica inedita in nuovi contesti di fruizione”. Potrebbe suonare un po’ retorico ma lavoriamo con l’obiettivo di dare ascolto e visibilità a una musica che altrimenti non avrebbe canali di espressione. Lo facciamo perché deve essere fatto, lo sentiamo. Quando faccio un album, ho qualcosa da dire, non ho la necessità di tirare fuori un disco l’anno… Vivo di musica, non insegno, non sono iscritto in Siae, forse vivo di poco, o forse ho più di quello che mi serve, sto bene così.

L.: Se dovesse chiamarti un regista e chiederti di comporre le musiche, chi sarebbe?

G.: Mi piacerebbe molto un regista teatrale. Ho avuto modo di incontrare Alessandro Serra, uno dei più affermati registi contemporanei. Il suo lavoro mi ha fatto brillare gli occhi e mi piacerebbe molto lavorare con lui. E poi Romeo Castellucci, una divinità.

L.: E invece tra i musicisti, con chi ti piacerebbe suonare?

G.: Con quelli con cui già suono. Ci siamo scelti, sono musicisti fantastici e non ho bisogno di altro. Sì, io ho bisogno del rapporto umano, non mi interessa l’ospite nel disco, nel live, punto sulle persone. Meno mondo possibile, è il mio nuovo lavoro con Valerio Daniele e Dario Congedo ed inizieremo a registrare a marzo.

L.: Ecco, sì, racconta di questo vostro prossimo progetto musicale, intanto perché ha questo nome e poi, hai scritto tu tutti i brani dell’album?

G.: Meno mondo possibile è il mio nuovo tentativo di trovare una forma musicale alle mie psicosi quotidiane: ogni brano è una persona a cui vorrei dire e soprattutto tacere il mio mondo. Il titolo è una frase che ho detto a Dario il giorno della prima prova: ci chiedevamo che strada prendere, se la più breve o quella meno trafficata, ho risposto: “Meno mondo possibile”.

Giorgio Distante Krill

 

Domande esaurite ho spento il registratore. In quel momento Giorgio ha iniziato a parlare. Di scelte, soprattutto, di percorsi, di viaggi, di essere sempre alla ricerca di un rifugio scavato in un pezzo di mondo che divora tutto. Della bellezza dell’essere umano, anche, della sua grande capacità di creare, disfare, sbagliare, ricominciare e puntare all’impossibile. Della necessità di vivere attraversandosi del tutto. Rintracciare la solitudine, vivere con sobrietà e modestia, senza urlare. Della meraviglia di riuscire a chiudere gli occhi, cogliendo quel che vibra intorno e quel che giace dentro.

L’incontro con Giorgio è tutto rinchiuso in una frase che mi ha detto prima di salutarci: “ci sono tanti dischi, anche di grandi musicisti, dei più grandi, che diventano perfetti per un errore, valgono per quell’imperfezione che cogli e che li rende immensi”. Sono gli errori a renderci unici, in quelli possiamo riconoscerci, darci un valore, non sprecarci.

Io Giorgio lo devo ringraziare . Quando ci siamo incontrati mi ha detto “Ho tempo”. Non lo sento dire più, non lo dice più nessuno. Il tempo ha un senso e un ritmo che è quello dell’intimità di ognuno di noi. Giorgio ha tempo perché riempie il suo tempo di cose e persone che lo fanno stare bene.

Ecco la chiave, il tempo diventa stretto e inutile quando non si sceglie dove e con chi stare, cosa e come fare. Il resto sono scuse che continuiamo a raccontarci per sopportare, ma il martirio è sempre stata un’attività per me poco avvincente e spudoratamente disumana.