La scomparsa delle Due Sicilie – di Adolfo Fattori

Recensione di Due Sicilie, di Alexander Lernet-Holenia, Adelphi 2017.

 di Adolfo Fattori

 

La letteratura di lingua tedesca del Novecento è – inutile ripeterlo – di una ricchezza straordinaria. Nei suoi giganti, come Robert Musil, Franz Kafka, Alfred Döblin, Robert Walser, giusto per fare pochi esempi, ma anche nei suoi rappresentanti, sempre molto relativamente, “minori”, come il viennese Alexander Lernet-Holenia, che ha percorso il secolo scorso fino agli anni Settanta, lavorando come sceneggiatore, drammaturgo, saggista, ma prima di tutto come romanziere.

Abitante per gran parte della sua vita (era nato nel 1897) di un’epoca ormai scomparsa, quella del grande Impero austro-ungarico, della Finis Austriæ, della sua ricchezza culturale e artistica, coinvolto in un rivolgimento che avrebbe non solo distrutto le basi di una cultura e di una intera “visone del mondo” e poi nell’apocalisse nazista, Lernet-Holenia riuscì, seppur con qualche difficoltà, a resistere all’oscurità nazista senza vendere la sua indipendenza, diventando uno dei più longevi testimoni dell’epoca a cavallo della I guerra mondiale e degli interrogativi sul senso del soggetto e della realtà indotti e stimolati dai gradi rivolgimenti di quegli anni.

E, come lui stesso scrive in una lettera al suo editore, lavorando come soggettista per il cinema, la sua situazione personale “… se nulla sopraggiungerà a rovinarla, potrebbe dirsi ideale. Io vivo dei film che vengono tratti dai miei soggetti e nel frattempo posso dedicarmi per tutto il tempo che desidero alla scrittura di quel libro che potrebbe rivelarsi davvero un capolavoro”. Questo romanzo sarà Beide Sizilien, pubblicato in italiano prima da Serra & Riva nel 1983 come Le due Sicilie, quest’anno con il titolo Due Sicilie da Adelphi.

“Due Sicilie” è il nome di un reggimento di Ulani – la cavalleria leggera nata in Polonia nel 1500 e poi “importata” dagli eserciti di Prussia, Russia e dell’Impero Austro-Ungarico fino alla I guerra mondiale.

Lernet-Holenia però, piuttosto che narrare le gesta del reggimento durante la sua storia, ne narra la definitiva dissoluzione, negli anni subito successivi alla fine della “Grande guerra”, la prima vera e propria sperimentazione delle tecnologie di macelleria umana a livello planetario, che aveva condotto alla fine dell’ordine europeo nato con la conclusione dell’avventura napoleonica – e alla fine di qualsiasi romanticismo e mitologia sul senso e il fine della guerra, dell’eroismo in battaglia, del sacrificio per la patria e così via (cfr. Fattori, 2014).

Il reggimento, con le glorie del suo passato, è ridotto ormai a sei uomini: il Colonnello Ronchonville, il comandante, che vive con la giovane figliola, quattro ufficiali, un caporale. Rientrati giocoforza nella vita civile, i sei cavalleggeri si ritrovano ad adattarsi ad una vita che non conoscevano, a cui, per così dire, manca un polo: per gli uomini di cultura tedesca l’esercito rappresentava, in continuità con tradizioni che risalivano al Medioevo, una scelta di vita – che proprio per questo non isolava dalla vita civile, ma la integrava.

Scrive per esempio Elias Canetti, uno dei giganti intellettuali della cultura di lingua tedesca del Novecento in Massa e potere (1981): “La fiducia nel servizio militare esteso a tutti, la convinzione del suo profondo valore, il profondo rispetto per esso, oltrepassavano i confini delle religioni tradizionali e afferravano così i cattolici come i protestanti. Nessun tedesco vi era escluso […] Ogni uomo… vi passa attraverso almeno una volta e vi resta intimamente legato per tutta la vita […] A quell’esercito servì come cristallo di massa la casta degli Junker prussiani, che fornì la parte migliore degli ufficiali di carriera. Era una sorta di ordine, con leggi rigorose anche se non scritte; o una sorta di orchestra ereditaria”. E il discorso che Canetti sviluppa a proposito dell’esercito prussiano e della mancanza di peso al suo interno della confessione religiosa di appartenenza, vale ugualmente per quello austriaco e poi austro-ungarico anche a proposito della provenienza sociale.

Così, i reduci del glorioso Due Sicilie si ritrovano in un vuoto: perso l’ancoraggio della disciplina militare, cominciano anche ad allontanarsi l’uno dall’altro, nello sforzo di adattarsi a una vita solo civile, fatta di incontri formali in società, cene, appuntamenti, immergendosi sempre più in una dimensione di ruolo decaduto, impallidito, evanescente, pur conservandone le attribuzioni e il prestigio – almeno nella memoria di coloro che li circondano: il rispetto dovuto a chi ha combattuto per la propria patria.

Ma questa lenta, mesta decadenza improvvisamente deve fare i conti con la brutalità banale della vita quotidiana: uno degli ufficiali, Kaminek von Engelshausen, durante una cena, viene assassinato. E così, in sequenza, muoiono o spariscono in circostanze almeno dubbie tutti gli altri, finché non rimane vivo solo il caporale, Slatin – peraltro del tutto estraneo alla piccola strage – forse a evocare gli abitanti del mondo a venire, rappresentante di quelle masse del ventesimo secolo che lotteranno contro la barbarie o al contrario si faranno sedurre dalle dittature, destinati in ogni caso a soffrire e spesso a morire per le strade, in battaglia, nei campi di prigionia, mentre i rappresentanti delle vecchie élite della cavalleria e della nobiltà di sangue e di dinastia si avviano alla sparizione totale, schiacciati dai nuovi poteri della finanza e della demagogia in trionfo…

Insomma, l’esercito era una casa, ed era uno dei pilastri dell’idea di nazione e di Gemeinschaft, di “comunità”, cui appartenevano i sudditi dell’immenso Impero, composto da decine di nazionalità e origini diverse – come lo scrittore ci mostra attraverso i cognomi che assegna ai superstiti del “Due Sicilie” –fino a Francesco Giuseppe: oltre ai tre già ricordati, Fonseca, Lukawsky, Silverstolpe, Marschall von Sera.

Il suo scioglimento e poi l’annichilazione dovuta alle morti violente dei suoi ultimi araldi è riflesso e metafora della dissoluzione del mondo cui era appartenuto, il “mondo di ieri”, (cfr. Zweig), simbolo prima del crollo poi della sparizione di un’intera idea del mondo, come scrisse il praghese Franz Werfel (1950).

I superstiti, man mano che il loro numero si assottiglia, cercano di indagare, capire… ma sono dei dilettanti, disorientati dal destino che sentono incombere su di loro: abituati a combattere sui campi di battaglia, a viso a viso col nemico, non sono capaci di far fronte a una minaccia che appare misteriosa, oscura, incomprensibile…

E infatti, presi dal mistero delle morti, fanno ipotesi, esplorano alternative, finendo però per mettere in dubbio gli stessi pilastri su cui si fondano le certezze del rapporto che abbiamo con la realtà, della nostra capacità di trasformare le sensazioni in percezioni, e queste in conoscenza, in sapere. Finisce per vacillare la stessa sicurezza ontologica, quella che ci dà la certezza di chi siamo, e di quale rapporto abbiamo col mondo sociale e naturale.

Riflesso, sicuramente, del crollo delle certezze che l’Impero in un modo o nell’altro garantiva, a tutti, ma specialmente a coloro che facevano parte delle sue colonne portanti: la burocrazia, l’aristocrazia, l’esercito. E degli ideali ancora cavallereschi che lo impregnavano.

Il mondo è mutato, ci dice sottotraccia l’autore. Il vecchio ordine non c’è più, e con esso il rapporto fra uomo e mondo. Tanto che qui e là, nel romanzo, emergono forme di narrazione che non sono più quelle del classico romanzo borghese – di cui la letteratura mitteleuropea è stata il traguardo e il requiem – ma delle forme narrative di massa: narrazioni esotiche, noir, addirittura sprazzi di fantascienza apocalittica, nei sogni di uno dei cavalleggeri, cui in sogno viene raccontato da una figura immaginaria un suo sogno… Sprazzi di narrazioni fantastiche, in cui emerge l’inconscio, l’altra parte della realtà: nascosta, opaca, inconoscibile, indecifrabile.

Una realtà che traspare soltanto, e accidentalmente, un “lato nascosto delle cose” che incombe e rende inquietante il vivere quotidiano, e incerte le proprie capacità di analisi, di giudizio…

Assorbendo e incorporando dentro il suo romanzo le cadenze e i luoghi della narrativa di massa, Lernet-Holenia sembra affermare proprio questo: il vecchio mondo, come gli ultimi gentiluomini del reggimento “Le Due Sicilie”, è scomparso per sempre. Con essi, gli ideali e i principi del Romanticismo, della Cavalleria, dell’Uomo erede dell’Umanesimo. Al suo posto, trionfano il Modernismo, la fabbrica, la massa, la brutalità, la logica astratta della produzione in serie. “Sarà lo stile dei robot. Stile del montaggio”, come scriverà un altro grande esponente, a lungo mal giudicato, della cultura mitteleuropea del Novecento, Gottfried Benn, nella sua autobiografia (1967).

 

Bibliografia

Gottfried Benn, Doppia vita: autobiografia, Sugar, Milano, 1967.

Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981.

Adolfo Fattori, La grande disillusione, in “Quaderni d’Altri Tempi” 49, http://www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero49/bussole/q49_b02.html, 2014.

Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi, Milano, 2017.

Alexander Lernet-Holenia, Le Due Sicilie, Serra e Riva, Genova, 1983.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano, 1994.

Franz Werfel, Nel crepuscolo di un mondo, Mondadori, Milano, 1950.