L’addio futurista a Laura Biagiotti, la “stilista-mecenate”

Si spegne all’Ospedale Sant’Andrea di Roma la stilista Laura Biagiotti, un arresto cardiaco l’ha strappata alla vita all’età di 73 anni.
Lunghi capelli grigi avvolgevano la sua signorilità. Il candore dei suoi abiti bianchi, colore che amava tanto, le regalava l’immagine iconica della semplicità.
E fu negli anni ’80 che la sua carriera prese il volo con la sfilata a Pechino, in Cina, in una Cina ancora troppo lontana dalle luci della ribalta, dalle passerelle, da voluminosi e larghi gonnelloni fiabeschi, da lustrini, dal rosso, dall’arancio, dal colore.
Nessun confine per Laura Biagiotti, incoronata dal New York Times “regina del cashmere”, regina del made in Italy, della stoffa, della lana, del tessuto.

Potremmo definirla “stilista-mecenate”, amante dell’arte, della bellezza, della cultura, della sua Roma.
Proprio a Roma ha dedicato il resto della sua creatività.
Ha sempre, infatti, nutrito un amore spassionato per la città AEterna fatta di luoghi e di incroci, di terra e di cielo, di sacrificio, passione.
Leggendola all’inverso significa Amor”, sorrideva.

Si appassionò alla moda durante i suoi studi di archeologia cristiana, binomio paradossale, eppure esaustivo.
Lavorò per Schubert e per Litrico, per Rocco Barocco e Capucci.
Nel 1972 accolse le opportunità che le si presentarono e diede avvio alla sua maison.

Sensibile e attenta all’individualità, alla moda come espressione della propria unicità e non come omologazione.
Una donna senza peli sulla lingua, forte, costante, espressione di una personalità attenta, produttrice di musica e scena in movimento.

Social media e media digitali rappresentarono per lei un’opportunità, colsero la sua piena adesione a un Futurismo che le fu sempre fedele.
Amante della dinamicità, del cambiamento.

Simbolo di energia, la donna Biagiotti è una donna cosmopolita, annienta la sintassi, rifiuta avverbi, aggettivi, articoli, non necessita di spiegazioni, si rivolge serena al futuro, non teme l’inverno, tende alla velocità, all’improvvisazione e alla sperimentazione.

Chissà se Laura Biagiotti leggesse Valentine de Saint-Pont quando attenta disegnava stoffe colorate, sismiche, energiche.
E nel messaggio dei messaggi, chissà che i suoi abiti non codificassero quell’ “istinto sublime della donna: alla violenza e alla crudeltà”, o alla fatalità diremmo adesso.
Chissà che Laura Biagiotti, futurista, stilista, imprenditrice, donna di successo, non simulasse con le sue mani l’arte dell’avanguardia, un’arte femminile, vulcanica, preziosa.
Un’arte che traducesse il coraggio, il bello, essa stessa incline al movimento, alla fuga, all’amore, alla grinta e all’ecletticità femminile.
Chissà se la “regina del cashmere” pensava alle donne “come sono: come le creature più felinamente e più voluttuosamente animali che esistano: che amano su tutte le cose le audacie più folli: di cui ogni gesto, verso se stesse o altri, non è che un’incitazione verso un pericolo maggiore”.