L’attimo di Aphra Behn: la poesia non è prostituzione e non ha genere

Quanto dura l’attimo?“.

Me lo sono sempre chiesta alla lettura del famoso “carpe diem“.
Mi sono sempre chiesta quanto intensamente dovessi vivere l’attimo, quanto sarebbe durato, come l’avrei vissuto.
Chissà se me ne accorgerò – mi dicevo -, forse m’avviserà qualcuno, forse lo intuirò, lo percepirò senza alcun ausilio.
Forse l’attimo, quell’attimo, verrà da me come tutte le cose, in silenzio, senza far rumore.
O sbatterà la porta, mi scompiglierà i capelli.
Forse no.

Signore, siamo qui oggi, e domani ce ne saremo andati“, scriveva Aphra Behn.
L’oggi è l’attimo. Siamo qui oggi.

L’attimo di Aphra Behn giunse durante la Restaurazione inglese.
Inquadrarla in un preciso periodo storico non sarebbe del tutto corretto in quanto scarseggiano notizie biografiche sulla sua persona, sappiamo però che nacque – senza alcuna fonte certa – attorno al 1640 nel Kent, nei pressi di Canterbury.
Scrittrice, poetessa e drammaturga, toccò temi scabrosi e scomodi senza alcun rimorso, ma con ferocia e famelico desiderio di dire la propria.

Differentemente da altre poetesse del tempo, non si nascose mai dietro pseudonimi maschili, anzi la sua penna prepotente riuscì a toccare il tema dell’omosessualità, dell’impotenza e della violenza sessuale con eleganza, schiettezza e sensibilità.
Eppure nel Kent, come in moltissimi altri luoghi, le donne autonome e intraprendenti non erano viste di buon occhio.
Come poteva una donna scrivere per denaro?

Aphra Behn venne apostrofata dalla critica letteraria inglese “la poetessa prostituta“.
Strano oggi chiedersi perché: prostituiva il suo cervello in cambio di denaro, in cambio di una vita dignitosa e agiata per una donna del 1600.
E lo faceva con passione, come quelle donne che amano il proprio corpo e amano donarlo per il simbolico piacere di essere di altri.
E tra i tabù dei tabù non poteva mancare il sesso.

La subordinazione della donna all’uomo ha origini antichissime, ancor prima del 1600 quando la scissione dei ruoli era ancor più imponente soprattutto nel sesso.
Il corpo, la donna.
Il capo, l’uomo.
Il 1400 segnò un periodo di “libertinaggio sessuale“.
Basti pensare ai bordelli, “i luoghi di perdizione” o allo stupro collettivo come simbolo di passaggio per moltissimi giovani del tempo alla maggiore età.
Anche gli uomini di chiesa potevano immergersi nell’inebriante desiderio del piacere sessuale, privilegio che alle donne non era concesso. A meno che non venissero additate come “prostitute“.
Già con la fine del 1500 tutti i bordelli vennero chiusi e non si parlò neppure più di “stupro di gruppo”.
Ma fu proprio nel 1600 che il sesso divenne il tabù dei tabù: l’amore coniugale poteva essere l’unico sentimento possibile tra i due sessi.
La donna, inoltre, sempre passiva e remissiva poteva godere della sessualità solo perché capace di maternità, ogni esperienza erotica all’interno del rapporto coniugale era tacitamente consensuale ai fini di un duraturo e sano matrimonio d’interesse.

Aphra Behn, come tutte le donne del tempo, ebbe il suo matrimonio.
Sposò Johan Behn nel 1664, ma l’unione si rivelò un pretesto per giungere a scopi ben diversi sotto lo stato di “vedova”.
L’anno prima, nel 1663, la visita in Venezuela le permise di conoscere un principe africano tenuto in schiavitù dal quale trasse uno dei suoi più famosi romanzi (definito in seguito “abolizionista”): Oroonoko, or the Royal Slave.

Ma non fu solo scrittrice, lavorò anche come spia politica per Re Carlo II che la volle ad Anversa per il suo spirito forte e intraprendente.
Scelta che tuttavia non comprendo e che comunque fu fallimentare tanto da spingerla ad abbandonare la posizione politica a causa di scarso guadagno.
Scrisse diverse opere teatrali e si dedicò, da allora, interamente alla propria passione divenendo la prima donna capace di guadagnarsi da vivere grazie alla scrittura.
Debuttò nel 1670 con l’opera teatrale The Forced Marriage che riscosse il dovuto successo.
Morì nel 1689 e venne sepolta nell’Abbazia di Westminster.

Aphra Behn trattò sempre temi ritenuti intolleranti dalla critica nonostante il pubblico acclamasse le sue opere, per questo fu giudicata un cattivo esempio per tre secoli, fu ignorata e umiliata come autrice.
Ciò non la sollevò dall’impegno morale di contestare il matrimonio in quanto istituzione burocratica, di contestare il ruolo delle donne dell’epoca, di aggrovigliarsi tra temi ritenuti “sconci” perché toccavano l’erotismo e la sfera sessuale come l’impotenza e la violenza.
Lei stessa affermò di scrivere: “[…] per la parte maschile che è in me, per il poeta che è in me […]”.

E per la sua parte maschile e per la parte maschile di ogni donna, ecco l’attimo.
Questo fu l’attimo di Aphra Behn: quel momento in cui nessun genere riuscì a competere con la solitudine dell’essere dinanzi alla penna.