L’insostenibile leggerezza dei commenti su Facebook – God Save Laura Boldrini

Ogni mattina, nel mondo, un essere umano si sveglia e sa che deve commentare più in fretta di chiunque altro, altrimenti verrà ignorato.
Così, ogni mattina (o pomeriggio o sera che sia), sommersi da notizie di ogni tipo, qualcuno o qualcosa – diremmo per fenomeno di agenda setting? – stila per noi un calendario più o meno interessante di ciò che avviene nel mondo. La migliore ricetta del 2017 va a braccetto col ricordo della morte di Cesare Pavese, gattini amorevoli che saltano da un punto all’altro della stanza aprono il video dell’intervista a Roberto Benigni, tutorial di vario genere (come vestirsi per trascorrere una serata tra amici?) si susseguono a intermittenza tra un attentato nella città spagnola e il pericolo dei vaccini che, Dio ci salvi, potrebbe colludere con la fine del mondo da qui a qualche mese.
Ho fatto qualche calcolo approssimativo: dalla mia iscrizione su Facebook, che risale al 2009, ho scoperto che rischiamo di andare incontro alla fine del mondo più o meno ogni due settimane.
Mi piacerebbe sapere quando iniziare a preoccuparmi.

Il mio capitale sociale su Facebook conta 1544 amici, immaginiamo che ognuno di essi, ogni utente attivo, pubblichi un post, condivida un link, posti una foto e commenti breaking news lanciate dalla sezione web di una testata di tutto rispetto, insomma, fonte certa.
Non sono bravissima in matematica ma ipotizzo come esito finale un numero piuttosto alto, abbastanza alto da riempire interamente le ore di una giornata di un utente-lettore medio, senza sosta, non ci si annoia mai su Facebook.
Così occupiamo gran parte delle nostre attività cerebrali con un cumulo di informazioni – ma ci importano davvero? – di cui sappiamo effettivamente poco o niente, di cui leggiamo il testo (se il titolo sembra accattivante) e ci riflettiamo per giusto quell’arco di tempo necessario che ci consenta di non restarne fuori, di essere al passo, sempre sul pezzo.
È questa la conoscenza che bramiamo? È questo il sapere di cui non potevamo fare a meno?

In tutto questo, in questo caotico sistema di intervento, l’informazione cede il passo all’opinione.
Eccoci lì, tutti in fila – è questa l’idea che ho –, uno dietro l’altro, (puoi spostarti un po’?, mi fai spazio?, aspetta il tuo turno) a esprimere un parere in qualsiasi contesto, su qualsiasi bacheca del network partecipativo più amato/odiato: il gigante buono, l’occhio vigile, l’amico di tutti, il grande fratello, Facebook.
Esiste una condivisione d’idee più bella di questa, nella quale ognuno è tutti e tutti è nessuno? A parer mio, è la più nobile forma di convivialità, organizzazione sociale, libertà. Una rivoluzione, il segno di un cambiamento radicale che annienta le classi, i ruoli, le posizioni, per dar luogo a una comunicazione fruibile, mirata e, soprattutto, proveniente da qualsiasi voce.

L’idea di fondo, in una società gerarchica, è quella di poter giocare ad armi pari. La mia voce attraversa gli stessi canali della tua, arriva alle stesse persone, posso parlare a miliardi di individui capaci di intendermi, di sostenermi o di contraddirmi.
Ho diritto di ascolto, quindi commento.

Ognuno, poi, facilita l’operazione selettiva in base ai temi che più gradisce e di cui sente di poter discutere. O, almeno, questo è quello che avviene in un’utopica sfera relazionale. In realtà, nella maggior parte dei casi, ci sentiamo in dovere di commentare qualsiasi cosa ci cammini attorno. Tra i motivi più comuni, sappiamo tutti come ci sia alla base uno spasmodico bisogno d’attenzione. O, forse, la profonda solitudine, come legge del contrappasso, scaturita dai non-luoghi d’interazione.
La domanda d’attenzione non è altro, correggetemi se sbaglio, che una richiesta di ascolto (o di lettura, in questo caso), che spinge a condividere in maniera del tutto inconscia, quasi automatica, la propria opinione tradotta in forma di commento.
È la propria verità espressa a caratteri, non importa quanto distorta o inopportuna sia, non importa se giusta o sbagliata. L’importante, direbbe qualcuno, è partecipare (alla discussione).

Ne è un esempio il caso di Abid Jee, giovane ventiquattrenne, che ha espresso la sua personale interpretazione dello stupro avvenuto a Rimini in questi giorni in fondo alla notizia sul Il Resto del Carlino.
Il commento è stato presto cancellato ma la rete, come è giusto che sia, non accetta sconti: verba volant, screenshot manent.
A inorridirmi, oltre alla crudeltà della notizia di cronaca e al commento assolutamente inappropriato e terribile, sì, terribile è il termine giusto, (: “Lo stupro è peggio ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma ed è un rapporto normale”), è stata la leggerezza con la quale queste parole, oltre a pensarle, sono state scritte. È come se per un momento non esistesse alcun freno inibitorio, come fossimo chiamati all’idea di generare idee istantanee, last minute. Questo irrefrenabile desiderio di comunicare, oltre a non concedere riflessione, cattura l’istante, l’hic et nunc e si esprime, spesso ma non necessariamente, anche attraverso un uso scorretto della lingua. Non per fare la grammar nazi ma, secondo me, è segno evidente di una velocità di pensiero e di azione fuori misura, oltre che di scarsa conoscenza della grammatica.
La domanda sorge spontanea: è forse la velocità e l’immediatezza, che tutti elogiamo, a consentirci l’onnipresenza e l’onniscienza?
E se anche ci fosse consentito di apprendere tutto lo scibile umano e tutte le ragioni etiche e morali che ci spingono alla differenza, avremmo ancora voglia di esprimere un parere per emergere in tutto il nostro magnetico Io?

Siamo tutti autori e vittime dell’opinione, è qui che interviene la facoltà di giudizio. Mi chiedo come ci si senta a leggere l’insostenibile leggerezza dei commenti su Facebook, God Save Laura Boldrini. O almeno, se non può salvarla, ci spedisca una Selvaggia Lucarelli per ogni leone da tastiera.