MOBY-ing

di Laura Preite

 

La notizia essenziale è che da due mesi è uscito Are you lost in the world like me?, il primo singolo estratto dall’ultimo album di Moby & The Void Pacific Choir dal titolo These systems are failing.
La notizia utile è che è sensazionale, con affinità evidentissime e cercate con band come New Order e Depeche Mode, con un sound più deciso, irruente, accompagnato da distorsioni strumentali, insomma, una goduria per gli amanti del genere.
La notizia che completa la prima è che il video clip, che possiamo già gustare, è firmato da Steve Cutts, illustratore che adora tratteggiare immagini disumanizzanti, provocatorie e cruente e che, questa volta, nelle distorsioni delle corde di qualche chitarra, ha inserito le sue impronte digitali. Prende qualche icona cartoon anni ’50, la spoglia della sua rinomata sensualità e la introduce nel mondo dove tutto è connesso e dove tutto è perduto, con zombie e umanoidi che come soldati del regno dell’intangibile proseguono con i paraocchi verso un dirupo profondo e inevitabile.

La notizia inutile, che risponde alla sesta W non ancora identificata, è che mi ha dato una dolorosa spallata lasciandomi in completo stato di confusione per un intero pomeriggio. Poi ho fatto una cosa che mi è necessaria quando decido di scrivere di qualcuno o qualcosa: me lo divoro. Mi rimetto in pari con quello che ho perduto negli anni di disattenzione, mi riallineo con una ipotizzabile linea filosofica che il soggetto o il lavoro incarna, se pur, questa volta, disomogenea e scostante (in apparenza), e provo a selezionare le riflessioni più persistenti durante tutta questa operazione che non ha una durata prestabilita. Per farla molto breve, ho preso lo smartphone in modalità aerea (se avete visto il videoclip capirete perché), ho scaricato tutti gli album di Moby (tranquilli, lui ha sostenuto per anni e continua a farlo, la libera circolazione della musica, sono innocente) e me ne sono andata a correre al mare (non ho corso per 13 album, non avrei avuto fiato ed energie. Ho impostato la modalità “casuale” fino a sfinimento fisico e intellettivo. Non mi chiedo più perché io faccia queste azioni di inutilizzabile eroismo, è solo che vorrei tanto allontanarmi dalla saccenteria tipica delle recensioni e farne qualcosa di altro, provare ad aprire delle porte, delle visioni, delle interpretazioni. (Questo dilungarmi sulle modalità è dovuto, considerando che è il mio primo articolo per Krill Magazine, a cui auguro penne e giorni migliori, ma per la quale sono contenta di scrivere anche io qualche ingarbugliata supposizione).

Moby & The Void Pacific Choir announce debut album ‘These Systems Are Failing’

Ho fatto un micro-viaggio in solitudine, con le note nelle orecchie, la fatica nelle gambe, il fiato che diventa re dispotico cui obbedire. I pezzi di Moby sono sempre stati un metodo infallibile per evitare di presenziare al mondo per un po’ di minuti, ma questa volta l’ho fatto con consapevolezza, come un rito religioso o meditativo di cui conosci bene il risvolto.
Ho pensato a tante cose, ho evitato di pensarne tante altre. Ho cercato di dimenticare la giornata precedente e quella a cui avrei dovuto render conto da lì a breve. Ho provato a concentrarmi su quei pochi metri di lungomare, diventarne parte, realizzare i miei solchi di passaggi ginnici e sgangherati. Sono andata off-line.
Prima degli smartphone l’esistenza, la propria, quella degli altri, quella delle cose, aveva una pienezza. Era dotata di un’interezza, di un pensiero tondo e definito, comprensivo e chiuso. Essere pesantemente, stare. Ora ha assunto altri paradigmi da cui è complesso separarsi e che sono entrati nella nostra mente fluidamente, come se in un attimo un incantesimo ci avesse trasformato le strutture cognitive. La nostra presenza virtuale inizia a diventare più importante della nostra attualità fisica, del nostro spazio occupato qui e ora. Essere on-line è essere al centro di una rete, essere off-line è perdere la propria capacità attrattiva, lasciare la presa dei tanti fili che abbiamo sedotto. Quando siamo off-line abbiamo la sensazione insopprimibile di essere esclusi da quel che sta avvenendo lì dove tutto si dispiega e si rivela, dove tutto accade sempre e ininterrottamente continua, dandoci la sensazione di essere parte attiva di un dolce, perfetto e indisturbato divenire.

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Dov’è la verità? Dov’è che ci si perde? Dove ci serve una mappa, un orientamento, delle indicazioni stradali?
Forse ci siamo persi quando abbiamo, nuovamente, per facilità e pigrizia, segnato quella linea di demarcazione tra il reale e il virtuale. Il pensiero dualistico è un difetto d’interpretazione che abbiamo scelto come fardello qualche secolo fa, e a niente sono servite le tante pazze voci di turno che si sono raccomandate sull’assoluta precarietà di ogni approccio di violenta e, spesso, insensata recisione. Come al solito, la nostra incapacità è quella di sorreggere a mani nude un pensiero complesso, rimanere in equilibrio sugli orientamenti, tra le geografie e i terreni selvaggi e inesplorati.
Il video di Moby non mi ha comunicato nulla che non sapessi già o di cui non mi fossi accorta da tempo. Non è illuminante, è contemporaneo. Non è originale, è un pezzo di riflessione impastata di musica e arte, che è sicuramente più efficace di qualsiasi campagna di sensibilizzazione che allerta sui pericoli delle neo-devianze socio-culturali. La musica ha la capacità di essere immediata perché spia nelle stanze della nostra intimità a cui non sempre ci concediamo l’accesso.

Mentre correvo, ho pensato che anche in quel momento stavo rifiutando l’esterno per chiudermi in una realtà altra, che il mare mi era accanto, ma semplicemente come dettaglio, come può esserlo un colore. Ho pensato che l’errore non è nel selfie di gruppo durante la cena tra amici, ma è nell’annoiarsi nei minuti che seguono quel sorriso plastico. Ho pensato che recuperiamo gli episodi della nostra serie tv preferita in un viaggio in treno, ma perdiamo l’opportunità di incontrare qualcuno, su quelle rotaie, che possa offrirci una serie infinita di visioni o una caterva di stupidaggini che siano comunque da monito per un qualsiasi dopo. Sentiamo delle ansie nuove, mai conosciute prima, delle preoccupazioni strane, figlie dei nuovi mezzi, che sono però storture.

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Mi sento persa? Sì, caro Moby, mi senso persa anche io. Che con e nel virtuale ci lavoro (come te d’altronde), che ne sono enormemente affascinata, ma allo stesso tempo impaurita, che un giorno mi sveglio, faccio yoga e mi dico, “oggi cancello tutti i profili social”, e il giorno dopo, oltre a dirmi che non potrei farlo, penso a tutto quello a cui mi sottrarrei ed evito la cancellazione del mio web-Io, ma accompagnata da un acre sentore di sconfitta.
L’equilibrio e l’abbandono. Eccoli, forse, gli antidoti da ingerire per non sentirsi estranei in un mondo in cui ti costringi a quel doloroso percorso di riflessione e la maggior parte di quelli che ti stanno accanto, invece, no. Equilibrio perché stiamo ballando, tutti quanti, e nel ballo il ritmo e l’equilibrio sono essenziali (semmai Moby, come mi auguro, dovesse tornare a suonare live, potremmo testarli entrambi). Abbandono: che non è il maldestro modo di liberarci delle cose e delle persone, è, semmai, la consapevolezza di non poter ingoiare, sapere, essere, sempre, ovunque e per chiunque. Abbandonare la pretesa assurda di poter creare reti e relazioni eterne. La vita è un’altra cosa, la realtà ha altre connessioni da costruire. Quelle virtuali sono soltanto il nostro fuorviante punto di vantaggio sulla nostra piccolezza e sulla convinzione di poter controllare il tempo. Ma scade, scade tutto.

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Abbandonare la fobia dell’emarginazione, riappropriarsi di quella stupefacente capacità di stare da soli per tornare a percorre un terreno palpabile di condizioni, condizionamenti e scelte. Abbandonare il controllo di Facebook e similari e recuperare il controllo su un Io che avrebbe un bisogno smisurato di tutele. Alzare la testa, guardare un paio d’occhi, svegliarsi stropicciati e presentarsi così, senza intermediazioni. Il resto è una fiumana di passaggio che gioca a scacchi con la nostra memoria e se non stiamo attenti, vince, senza enormi sforzi.
Quindi, sì, Moby, mi sono persa, ma mi ero già persa nel supermercato (riferimento voluto a un brano dei Clash che dovremmo ascoltare più spesso per capire tante cose) tra i latticini, le carni puzzolenti e i detersivi in confezioni extra-large.
Dopo questo viaggio, questa corsa e queste superflue note intime, ascoltate l’ultimo album del poliedrico Moby. Lui sì che sa essere, come sempre, indefinibile, eppure così convincente, intero, tondo e risolutivo. O forse solo reale, musicalmente e umanamente.