Napolitan Way of Life

di Laura Preite

Abbiamo ascoltato in anteprima il nuovo album di Massimiliano Ambrosino e c’è una Napoli di cui dobbiamo parlarvi.

 

Il prossimo 11 maggio uscirà un album che si chiama Edicola Votiva, è di AmbrOsino, un cantautore napoletano che fa parte della schiera dei musicisti over quaranta che in questo periodo stanno guadagnandosi ampi spazi di notorietà. Una riscoperta della maturità, una cancellazione educata di quel giovanilismo che ha causato un infoltimento dell’uso di psicofarmaci da parte di tutti gli astri cadenti e dimenticati. La loro età li rende leggeri, senza pretese, a volte stupiti di un seguito che non si aspettavano di poter raggiungere. Eppure, forse è proprio la loro ormai ingenuità canuta che ne stimola la simpatia in un pubblico sempre più vasto.

Ma dietro ad AmbrOsino non c’è solo un’età feconda e rasserenante, c’è una città. C’è La città. Il suo secondo album, della durata di poco più di 30’, è una breve narrazione per versi e armonie di un tempo strano e imperfetto, dolcissimo e antico. Un tempo con cui si entra in contatto soltanto quando si arriva a Napoli con la voglia di conoscerla e non di attraversarla soltanto. Non è un tempo da orologio, nemmeno da conteggiare con l’età. È un tempo che cambia il verso alle idee, che curva le rette rigide delle proprie convinzioni, che regala un profilo di giorno e nasconde un fianco di notte, che non si fa distinguere ma ti carezza il collo e la schiena, sorreggendoti per le stradine in salita. È tempo fatto di materia viva che si addensa e si diluisce in modo imprevedibile, con una sincerità insolita.

Amici comuni mi hanno anticipato che Edicola Votiva è album uscito fuori per necessità, improvviso come i temporali pomeridiani che si scatenano nella tarda primavera. Brevi e intensi, che sfuggono anche ai più meticolosi meteorologi. È in lingua napoletana, dall’inizio alla fine, anche se cambiano gli scenari, si sovrappongono le memorie e gli anni, si riconoscono delle immagini ormai di dominio pubblico a immagini intime che è lecito solo spiare. Anche l’arrangiamento risente di questi intrecci narrativi, portando all’orecchio dell’ascoltatore delle variazioni di genere di brano in brano. Si passa dalle atmosfere cantautorali italiane contemporanee, a ritmi funk spinti che scompaginano le aspettative; si percepisce l’eredità di quel tarumbò coniato dal geniale Pino Daniele, che aveva incarnato la liquidità del sound napoletano, figlio di mix musicali imprevedibili – come la tarantella e il blues, per esempio – e potentissimi. C’è un violoncello che si fa spazio in vari brani e che sembra elevare i toni e ricongiungersi con terreni di pensiero ancora aperti e in continuo fermento. E poi ci sono un pianoforte e una chitarra acustica che scivolano dolcemente sulle confessioni, tolgono il drappo e la polvere dalle credenze e dai luoghi comuni che avvolgono Napoli e chi la abita. È sottilissimo lo spiraglio aperto dall’artista sulla sua intimità, l’attenzione si lascia corteggiare da altro, ma il racconto, come sempre, aiuta a effettuare un’analisi profonda del messaggio. “Pure si perdo ‘o tiempo”, inizia con questo titolo l’elenco dei brani dell’album, ed è un’ammissione pronunciata con estrema noncuranza, che si beffa di coloro che continuano a correre, a riempire la vita di cose, azioni, glorie. E non è un caso, credo, che la chiusura del lavoro di AmbrOsino ci faccia scontrare con un’altra frase che si appella nuovamente al tempo: “je resto ancora addo’ coccosa ‘e bbuono resta/ Addo’ chi vo’ ancora capì/ Addo’ n’è mai cchiu tiemp’ perz’”. Forse è il tempo degli altri, un Santo che a Napoli non è ben voluto; è una categoria paranoica da intossicare con l’aria fritta dei vicoli e lo scoppiettare delle marmitte vecchie che scorrazzano per i Quartieri Spagnoli. Ma al centro di questo menefreghismo c’è una paura che non si sana. La paura della notte che prorompe con la sua eleganza incomparabile. E se dal tempo si può fuggire via ridendo, dal buio no. La notte non dà fretta, né rallenta l’andare, la notte è intera e toglie lei stessa le brache al tempo. Lo denuda insieme a noi e alla nostra necessità di dire e fare e correre dentro il giorno che ci ingozza di illusioni. La notte fa paura a tutti perché il silenzio è una voragine che ti avvicina a te stesso, facendoti toccare le piaghe di dolore che trascuri, o facendoti sentire lo scricchiolare delle fratture che si moltiplicano. La notte a Napoli fa ancora più paura, perché gli scricchiolii dell’anima li senti doppi; ogni ferita tua ne ha una gemella in qualche muro, in qualche onda, nei sotterranei che rimbombano. La notte a Napoli fa più paura perché accogliere tutto e tutti significa farsi carico delle miserie, delle nostalgie e delle lacrime che ognuno porta in dote per la vita. Ma è la sua natura, lo è sempre stata. È la sua bellezza e il suo grido di dolore unico e riconoscibile.

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Gli artisti napoletani, più di altri, anche se si allontanano dalla loro città natale, continuano a farsene portatori sani. Il loro rapporto è simbiotico, ossessivo, compulsivo. Sono frammenti taglienti di uno specchio enorme che se ricomposto, avrebbe la forma del golfo ma senza una chiara distinzione tra cielo, mare e terra. Napoli non è solo una città di mare, dove si contano con diffidenza gli arrivi e le partenze, dove la terra si lascia inseminare. Ma è il teatro di una danza estenuante e funambolesca tra gli elementi; l’acqua, la terra, l’aria, si mischiano e si compenetrano come se tutto avesse a che fare con uno strano gioco erotico della natura, spudorata, a volte volgare, ma per lo più allegramente impudica e magnetica.

Benjamin nella prima metà del secolo scorso, precisamente nel 1925, la definì “città porosa”, definizione che consentì a tutti il privilegio di radicarla a una metafora: il tufo, la terra, l’umidità, il cosmopolitismo, l’apertura. Forse è stato detto tutto e ognuno cerca la sua versione. Ma quello che è sfuggito della riflessione di Benjamin è un altro punto, forse più importante, oltre che avere la lievità di una poesia mattutina. Il filosofo scrive “(…) Anche la più misera delle esistenze è sovrana nella sua oscura consapevolezza di essere parte, nonostante tutta la propria depravazione, di una delle irripetibili immagini della strada napoletana (…)”. A Napoli sei parte di una massa informe, ma diventi anche snodo risolutivo di una delle tante storie diffuse e improvvisate. È un’eterna lotta tra comparire e scomparire, tra essere reale o essere soltanto uno spettro nato dimenticato. Urlare per le strade è paura di non essere sentiti, è paura di sparire sotto il grigiore dei palazzi vecchi. L’uso delle mani, il dimenarsi delle braccia, sono tentativi goffi di prendere spazio e marcarlo a fuoco, nell’attesa che un altro ne diventi Re.

Dato che, come diceva spesso Mauro Rostagno, e come sua figlia ha riscritto, “Non esiste il ‘per caso’” (credo sia la frase che ripeto più spesso a me stessa, ma che condivido anche ad alta voce), io sono convinta che non sia arrivata per caso nemmeno l’occasione di scrivere qualche pensiero su un album di un altro artista napoletano. A Napoli ci sono tornata nuovamente qualche giorno fa, per bisogno quasi epidermico, e mentre in treno mi allontanavo, sentivo la necessità di ringraziarla. È la città che ho scelto come luogo fisico e mentale in cui ripararmi quando sento di non riuscire a controllare quel che mi avviene attorno; l’ho scelta per alleggerirmi dal troppo pensare (e ci riesce, incredibile, ma Lei ci riesce); l’ho scelta perché mi piace il caos dei mercati, mi piacciono le persone che si accorgono di te, nel bene e del male, perché è porto di anime e disperazione. Perché è sincera come tutte le donne intelligenti e gli uomini timidi. Perché è antica, ma cambia volto continuamente truccandosi con le sfumature della luce. Perché è la città in cui la musica è naturale come può esserlo l’affanno dopo una corsa. Insomma, questo album è stato un ascolto non casuale, occasione creata grazie alle connessioni umane che quella città mi ha creato un po’ di anni fa e che non hanno subìto in alcun modo le ingerenze del tempo. E le connessioni sono la poesia che non cerca le parole. Ecco tutto, ciò che nasce lì non si deteriora, semmai un giorno, inaspettatamente, scompare, e passa la paura.

Ora, però, preparatevi ad ascoltare un po’ di musica nuova, magari in macchina mentre cercate il panorama migliore per fare un respiro profondo e ripartire, e così “(…) t’accuorge ca si’ ancora figlje ‘e Dio”.

P.s. L’album l’ho ascoltato insieme – anche se a chilometri di distanza – a un’amica fraterna, nonché cantautrice e musicista, Cristiana Verardo. Mi ha aiutata come sempre a cogliere le sottigliezze musicali e i dettagli tecnici che a me spesso sfuggono. Il lavoro di squadra dà frutti migliori, oltre che renderci migliori. La musica insegna anche questo.