ORIGAMI: LA FORMA DI UN’ESTATE. IL NUOVO ALBUM DI JOE BARBIERI.

Prendo spesso degli appuntamenti a insaputa della mia vita, con la presunzione di poter controllare i singoli istanti, con la leggerezza di chi crede ancora che ci sia del tempo per tutto, non prevedendo una fine possibile. Uno degli appuntamenti che mi ero fissato era quello con l’ascolto del nuovo album di Joe Barbieri, e lo attendevo da un po’. Attesa ripagata, avevo ragione.

Joe Barbieri è uno degli artisti italiani contemporanei che stimo di più, in assoluto, per una miriade di ragioni, ma una su tutte è il suo esserci educatamente, la sua capacità di rinunciare al rumore, eppure, saper dire quel che ha la forza di cambiare la forma di un panorama. In uno scenario, anche artistico, in cui l’immagine patinata, i selfie plastificati e le espressioni di gesso sono il nuovo grande metro per certificare una presenza nel tempio delle note, lui va, da sempre, nella direzione contraria. Non è snobbismo, anzi, forse è una generosa posizione periferica per lasciare il passo a chi è più abile a vivere quel che accade, con una tavola da serf più equipaggiata per poter affrontare la velocità delle onde. Joe è all’angolo, quel punto esatto in cui si incrociano le linee, dove non si guarda se non per ridare un nome alle distanze e ridisegnare lo spazio, quando si finisce nel mattatoio degli equilibri perduti.

Ecco. Joe, oggi, per me, è nell’angolo di una terrazza sul mare, un locale un po’ demodè, ma che conserva una prospettiva privilegiata sul mondo, la vanità di guardare da su il brillio indolente dell’acqua, la tiepida luce della luna che assume la posizione del nostro ricongiungimento con l’altezza e il cielo.

Dalla prima nota del primo brano gli ho ricercato un luogo e mi sono messa in ascolto, immaginando quel che ci avveniva accanto e ricordandomi, ogni tanto, di non scomparire, di rimanere presente e vigile, monitorando quel che mi succedeva dentro, ricreando anche il suo di esistere, provando a restituirgli delle smorfie, dei sussurri, dei sorrisi di resa. E allora benvenuti sulla mia terrazza, di un ristorante che sembra essere lì da sempre, dove mi sono promessa tutti i balli che prima o poi dovrò iniziare a fare e dove ritrovo quel che mi appaga, come questo nuovo capolavoro musicale.

“Origami” contiene 11 tracce, 11 momenti di solitudine e riappacificazione con l’interno e l’esterno, con se stesso e con l’intorno. Chi conosce il lavoro anche autoriale di Joe Barbieri, si accorgerà subito che siamo a un punto di risoluzione, una delle tante, ovviamente, che ne verranno. Finora ci ha portati nelle sue incertezze, confusioni, amarezze, affidandosi a quella dissoluta capacità della musica di vestire ricordi, dolori e malinconie e farle apparire altro. Questa volta non c’è uno scudo dietro cui riporre le ferite, ma c’è uno spazio senza intoppi, un prato immenso in cui non c’è possibilità (né volontà) di nascondersi. È tutto lì, scritto in modo asciutto e suonato con una meticolosità che merita uno studio più accorto, tra il jazz, il cantautorato italiano di metà ‘900, i sibili delle bossa nova, i timbri di nomi noti, come quello di Paolo Fresu e della sua tromba che è fischio di richiamo per una irreale attenzione. Siamo soliti chiamarla brutalmente, maturità. È probabile sia così, ma non ne sono certa. Perché la maturità, spesso, diventa la saccente condizione di trasformare in insegnamento tutto quello che non si è avuto l’ardire di sfiorare quando la vita ci ha liberato innanzi le infinite possibilità, come un banco del pesce al mattino. Ma per Barbieri è diverso. Non è un album di recriminazioni, sono delle rime in cui incontrare un divenire, delle armonie in cui rintracciare il nervo scoperto di una sensibilità rarissima e, per i più, incomprensibile. Non la nasconde, anzi, la sveste e la porta a camminare all’aria, quella estiva, più gentile, più generosa, più accondiscendente.

Gli album dell’artista partenopeo sono stagionali, come lo è anche un po’ il modo di vivere di noi meridionali. Soffriamo le invernate amare ma sappiamo bene che sono varchi di tempo e di riposo, ci fidiamo ciecamente di quel che la pioggia suggerisce ed esasperiamo malesseri. Ma poi arriva l’estate, quell’atmosfera frizzante che ci rende più frivoli e ci perdona se per qualche sera decidiamo di semplificare il pensiero. In “Origami” non c’è una semplificazione, semmai c’è la stabilità di un nuovo assetto, il vento fresco in una serata di afa, sudori e sguardi che si reincarnano in un rimandare la sensualità al fresco di settembre, quando tornerà la voglia di stringersi e ripararsi.

L’estate di Joe è un ridare luce a un ripostiglio degli eventi, far svanire i fantasmi e polverizzarli nel momento esatto in cui, finalmente, si è scoperto il meccanismo per vederli.

Avete presente gli origami? Domanda retorica. Sì, li conosciamo, ne abbiamo modellato qualcuno nel corso degli anni, o quando eravamo più piccini. Sono linee e piani, geometrie e forme calcolabili. Se ascoltate per bene l’album di Joe, dopo un po’ vi renderete conto di quanto sia ordinato, studiato e accorto l’arrangiamento. Un intreccio di stili musicali che un orecchio allenato sa individuare e classificare, che man mano acquista una forma e chiude un confine. Una tromba, un pianoforte, un controbasso, un’armonica, tutto è lì nella propria fisicità, che può essere toccata e percorsa con il tatto, ma acquista un senso solo in una più larga complessità. La stessa cosa accade con le parole di ogni brano. C’è l’amarezza di quel che è andato, le promesse investite dalla pesantezza degli anni e della necessità di andare avanti, c’è l’amore per una donna, la delicatezza e l’audacia, la fragilità di ammettere una dipendenza (“sorpresi e arresi così negli occhi miei”) e la sfrontatezza di regalare quel che dovrà essere (“chiedimi il futuro, io te lo darò“). C’è il pensare la giovinezza che prima si è, con più immeditezza, semplicemente vissuta. Ci sono liriche, preghiere e giochi, una gola graffiata da qualche pianto per cui ormai è troppo tardi e l’inadempienza alla condizione degli adulti, quando ancora si ha voglia di prendersi gioco di se stessi e della propria insensatezza. Ci sono speranze, belle speranze, ci sono atti inconclusi, mostri sempre all’erta, soffi di fortuna, ringraziamenti, giardini di gioie, posti più confortevoli in cui sonnecchiano i dolori, un rimodellamento delle metrature di vita trascorsa e ancora da trascorrere, c’è una dolcissima geometria.

Ma su quella terrazza su cui ho deciso di essere, il musicista sta cantando per farsi compagnia, non per farla agli altri, che sono distratti, che iniziano a sbadigliare, che non vedono l’ora di tornare a casa e sfruttare quell’ultimo centimetro rimasto della notte per un piacere veloce ed appagante. È tardi per tutti, è tardi per accorgerti che il buio inizia a diradarsi, e allora socchiudi gli occhi e pensi al mattino, “Buongiorno signorina, occhi come diamanti, vicini e distanti, la mia gioia e il mio dolor. Non dire una parola, sveglia fra le mie braccia, asciuga ogni goccia del mio fragile cercar”.

L’hanno ascoltato distrattamente su quella terrazza, e forse è quello che desiderava, come tutte le persone che sentono di più, percepiscono le rotture anche se sono dalla parte opposta rispetto alla propria posizione, che intravedono la piegatura del foglio che non permetterà di modellare una farfalla. Ecco, Joe, è uno di quelli, canta per necessità, per una forma di catarsi e liberazione, e poco importa se chi ascolta abbia voglia davvero di capire.

Io so che è impagabile tutta questa sincerità, questa purezza, e da quella terrazza vorrei urlare che c’è ancora spazio per chi non può essere diversamente e, passata la pena, lo ammette senza pudori, tra un bicchiere ormai vuoto e la luce della luna che non si è spostata, almeno lei. Io ho deciso che rimango su quella terrazza e mi godo l’alba, devo aspettare un’estate nuova, ed è casa il cielo, per oggi.