Perché, in fondo, siamo tutte un po’ Mia Wallace

di Roberta Comes

 

Bella, seducente, caschetto nero con frangetta, labbra perfette e sguardo profondo.
Mia è moglie di Marsellus Wallace, un mafioso alle prese col suo traffico illegale.
Lo è quotidianamente, costantemente, da quando ha smesso di inseguire il proprio sogno di diventare un’attrice.
Nel suo incedere ricco di reminiscenze da femme fatale, Mia ha intrapreso il ruolo di moglie in seguito alla sua comparsa in un programma televisivo non riuscito di nome Fox Force Five.
Lo racconta a Vincent Vega, un dipendente killer di Marsellus, che ha il compito di tenerla d’occhio durante una notte nella quale suo marito è assente.

Cinica, forte, intraprendente.
Poche domande, ancor meno risposte.
Ha uno sguardo deciso sulla vita che non accetta rivali.
Nessuna pretesa nei confronti del mondo che le sta attorno, apparentemente timida ma mai soggetta a giudizio.

Vulnerabile e attraente, non ha bisogno di riempire i silenzi.

Non odi tutto questo? […] I silenzi che mettono a disagio. Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio? […] È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale: quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

E nel momento in cui tutto tace, Mia sembra essere se stessa.Insegue il proprio desiderio e il proprio istinto lasciandosi trascinare dall’impulsività, quasi fosse un animale per troppo tempo tenuto in una gabbia.
Se non sbaglio Marsellus, mio marito, il tuo capo, ti ha detto di portarmi a spasso e di fare tutto quello che voglio. E io voglio ballare, voglio vincere e voglio quel trofeo.

Io voglio. Io sono. Io faccio.

Così siamo tutte un po’ Mia Wallace.
Lo siamo nel momento in cui prendiamo consapevolezza dei nostri limiti, nel momento in cui non lasciamo attraversarci dalla paura dell’altro, dalla paura di essere soggette a giudizio.
Perché Mia Wallace non è giudicabile.

Siamo Mia quando desideriamo e pretendiamo di divertirci, di ballare come se non ci stesse guardando nessuno, di fare le civettuole quando ne sentiamo il bisogno.
Siamo Mia quando ci svegliamo al mattino con gli occhi gonfi e la faccia sepolta da chili di trucco e ci guardiamo allo specchio e pensiamo senza pudore: che botta cazzo! cazzo che botta!.
E nell’angoscia delle attese, di telefonate mai giunte, di sms mai ricevuti, troviamo sempre il coraggio di condividere, di rispettare, di interiorizzare silenzi che sembrano far paura.

Tarantino in Pulp Fiction gioca bene con i propri personaggi, quello di Mia ricorda quello di Elvira in Scarface di Brian De Palma del 1983: eclettico, sensuale, irriducibile.
Uma Thurman nel personaggio di Mia Wallace sembra distruggere senza volerlo la differenza che intercorre tra una Sharon Stone e una Marlene Dietrich.
Ancora più deciso il richiamo alla prima femme fatale che conosca la letteratura: Venere in pelliccia di Von Sacher-Masoch.
Ammaliante e sensuale ma indipendente, vera, determinata.

Così siamo tutte un po’ Mia Wallace: turbate dal piacere di una sigaretta, in rivolta col destino, twist fino al mattino.
Tre pomodori camminano per la strada: papà pomodoro, mamma pomodoro e il pomodorino. Il pomodorino cammina con aria svagata e papà pomodoro allora si arrabbia e va da lui, lo schiaccia e dice: «Fai il concentrato».