Rock’N’Roll Killing

di Sergio L. Duma

 

 

  • No! No! No! – urla Kieron, al cellulare, Il servizio di sicurezza fa schifo! Liberati subito di loro, Shauna, e non discutere.

Mi guardo in giro. La stanza d’albergo non è male, il letto comodo, le bevande ottime, la droga di prima qualità e c’è una finestra enorme. Posso ammirare lo spettacolo del Sunset Boulevard pieno di macchine, formiche di metallo che sfrecciano a grande velocità, sullo sfondo un cielo color mestruo. Unica nota stonata (stonata per Kieron, non per me): un pazzo ha cercato di uccidermi, senza riuscirci. E’ stato bloccato da un paio di gorilla samoani assunti da poco dalla casa discografica, tipi che farebbero vedere le stelle a una intera cellula di terroristi islamici. L’hanno portato via, ora se la vedrà con lo staff. Io osservo il panorama, immobile, silenzioso. Kieron sta sbraitando ancora.

  • Ti richiamo dopo, dice poi a Shauna, quando termina il suo personale concerto di urla.

Intanto mi sono avvicinato allo specchio. Cosa vedo? Un viso pallido e scheletrico. Capelli tinti di rosso. Lenti a contatto fucsia. Il volto di Zack Space, la rockstar più famosa ed eccentrica degli ultimi dieci anni. Osservo una maschera. Io non esisto. Io non sono veramente qui. Io voglio fuggire. Io sto già fuggendo.

  • Come ti senti?, chiede Kieron, ancora agitato.
  • Tranquillo.
  • Beato te!

Lo ignoro per un secondo o due, almeno ci provo. Non è colpa sua. Fa parte dell’ingranaggio. Porta occhiali scuri anche se qui dentro non servono. Veste di nero come un satanista improvvisato. Si ossigena i capelli. Ma il manager di una rockstar deve avere una certa immagine. Si crea troppi problemi, lo so; del resto, non ha le idee chiare. Oppure finge? E se è così, perché? Solo io so cosa sta realmente accadendo. Ma non lo dirò a nessuno. Perché sono stanco. Sono stufo. Ne ho abbastanza di questa esistenza da imbecille. Voglio scappare.

Studi di registrazione. Concerti. Interviste radiofoniche. Interviste televisive. Droghe. Alcol. Sesso. Eccessi di tutti i tipi. Sono il vostro idolo. Sono la vostra ragione di vita. Mi amate. Mi adorate. Ma non mi conoscete. Io non esisto. Sono solo un personaggio. Un prodotto di mercato. Zack Space, l’alieno rock’n’roll venuto da Marte. Aprite le gambe. Un’altra stronza rockstar vi prenderà, vi disprezzerà e voi non capirete mai un cazzo di niente. Voi mi desiderate. Io, invece, vi odio. Non saprete mai quanto.

  • Ti sei calmato?, chiedo a Kieron mentre mi distendo sul letto e sniffo un po’ di coca.
  • Calmato???
  • Mi hai capito benissimo.
  • Senti, un pazzo ha cercato di ucciderti e tu… tu…
  • Già. Io. Cerca di non urlare, se possibile. Mi dai il nervoso. E poi… non è una novità, credo. E’ già la terza volta che succede. Sbaglio?

No. Non sbaglio. Solo che evidentemente ho a che fare con un gruppo di falliti. La storia della mia vita. Non riescono ad ammazzarmi.

  • Quando fai così…, inizia a dire Kieron.
  • Risparmiami la tiritera, per favore. Non è successo niente, no?
  • La tua incolumità è importante!

La coca mi arriva direttamente in testa. Bella botta. Per un istante chiudo gli occhi, immagino asteroidi che esplodono nel cosmo. Vorrei esplodere anch’io.

  • La mia vita è importante…, dico poi lentamente, Non per me. O per te. O per quei deficienti della casa discografica…
  • Ma…
  • Ma niente. Morta una rockstar se ne fa un’altra. E del resto le rockstar rendono di più quando crepano, non lo sapevi? Pensa a John Lennon. A Freddie Mercury. A Kurt Cobain. I loro dischi si vendono più di prima…
  • Tu sei fuori, Zack.
  • Ma ti sto dicendo la verità.
  • Be’, finiscila con le fesserie! Devo pensare alla tua sicurezza, mi pagano per questo e…
  • E allora renditi utile. C’è una biondina…
  • Una biondina? Dove?
  • Nell’atrio dell’albergo, credo. Le ho parlato prima. Vuole divertirsi con me. Portala qui.
  • E come faccio a trovarla??? Lì c’è una marea di biondine!
  • Oh, ma questa la troverai facilmente… ha un ragno tatuato in fronte…
  • Che schifo…
  • De gustibus… hai presente ?
  • Non ti lascio solo.
  • Ci sono i due babbei fuori da questa stanza. Vuoi farmi il favore di levarti dalle scatole, almeno per un po’???

E lui obbedisce. Sa ancora farlo, in certe circostanze.

Un tempo la mia vita era diversa. Vivevo in una piccola cittadina del Midwest. Non ero niente di eccezionale. Uno come tanti. Uno che nessuno notava, in verità. I miei genitori erano tipi qualsiasi, brave persone, molto semplici. Ora non mi rivolgono più la parola e ne hanno tutte le ragioni. La mia vita era fatta di scuola, di pomeriggi silenziosi, di amicizie qualunque, di fumetti e di McDonald’s. Tutto qui. Ogni tanto un po’ di fumo, è vero; e un po’ di sesso da teenager. E poi… poi arrivò il rock’n’roll. Formai una band e scoprii che cantare mi piaceva. Voglio diventare una rockstar, pensai; sarà lo scopo della mia vita; la mia possibilità di fuga dalla normalità. Che imbecille. Non sapevo. Non sospettavo. Voi mi amate. Io vi odierò sempre.

Quando mi trasferii a Los Angeles, dopo aver abbandonato il college, decisi di impegnarmi davvero. Inventai una nuova identità, un mix di alieno e di bizzarro fenomeno da baraccone. Creai Zack Space, la rockstar venuta da Marte. Niente di originale, è vero. Del resto, l’originalità non esiste più. Comunque, incominciai a farmi notare nei club. Lentamente, trovai il mio pubblico.

Ricordo ancora il giorno del provino. Mi agitavo sul palco, cercando di essere convincente, tentando di non pensare all’emozione. Seduti in platea, tre tipi alti, eleganti, intenti a fumare sigari costosi, mi osservavano come schiavisti che valutano la merce. Tre dirigenti di una importante casa discografica. Uomini d’affari o mafiosi, non c’era differenza. In quel momento erano divinità implacabili, le Parche che tessevano la tela, avevano potere di vita e di morte, potevano manipolare il mio destino. Cosa che fecero. Sei nostro, ragazzo, dissero quando smisi di cantare. Con la giusta strategia, sarai la nuova gallina dalle uova d’oro. E il mio agente e l’addetto stampa e il responsabile dell’immagine e una miriade di altri stronzi mi dissero che la mia biografia non andava bene, era troppo banale per una rockstar. Trasformarono mio padre in un ubriacone violento che mi picchiava in continuazione. Era un impiegato, invece. Onesto e dignitoso. Fecero di mia madre una tossica che si vendeva al miglior offerente. Era un’ottima persona, una brava donna di casa. Stravolsero la mia esistenza, la offesero con i loro sigari cubani, con le loro parole stampate sui giornali o pronunciate nel corso di tante conferenze stampa. Io lo permisi. Confermai tutto. Ogni vomitevole menzogna. Ogni lurida bugia. Perché volevo il successo.

Rammento l’espressione addolorata nel volto di mia madre. L’offesa stupita negli occhi di mio padre. Li avevo rinnegati. Ero fuggito dalla mia esistenza originaria. E non provavo vergogna. Non ancora. Lo feci per voi. Voi che mi adorate. Io, invece, vi odio.

E il successo arrivò. Denaro. Sesso. Lusso. Macchine costose. Abiti firmati. Ville. Orge. Droghe. E contratti. Dischi. Concerti affollati, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Viaggi in jet privati. Sorrisi. Adulazioni. Adorazioni. Offerte cinematografiche. Videoclips. Tutto veloce. Sempre più veloce.

Ma mi accorsi di qualcosa. Nell’aria, intorno a me, c’era una malattia insidiosa. Il nome di quella malattia era: celebrità. Mi entrava nelle vene come droga letale. E mi trasformava. Lo capivo dallo sguardo delle persone che mi rivolgevano la parola: giornalisti untuosi, fans arrapate, ammiratori scatenati. Loro non mi amavano in quanto persona. Amavano la maschera. Zack Space, l’alieno di Marte. Amavano un bluff. Un prodotto studiato a tavolino e venduto a un pubblico di imbecilli. Desideravano un essere inesistente. Perché io non sono mai esistito. Io sono fuggito. Zack non esiste, non lo capite, razza di deficienti???

E capii che la mia vita era una menzogna. Una farsa. Trasmessa in televisione, raccontata sui giornali, esibita in uno stadio affollato. Non avevo ottenuto niente. Avevo perduto tutto. L’identità. La stabilità interiore. L’equilibrio psicologico. Le emozioni. Io non esisto. Sono davvero un extraterrestre, un alieno confuso che non ha niente in comune con voi. E mi imbottisco di droghe e tutto diventa irreale, sempre più irreale, giorno dopo giorno, e non posso continuare così, non voglio, non ce la faccio, devo scappare. Perché vi odio. E voi invece mi amate.

Il pubblico è come il cancro, mi disse una volta un collega. Ti divora dentro. Ti consuma. Ti ruba la vita. Gli ammiratori si riproducono come cellule malate. E tu non ci puoi fare niente. Non esistono terapie. Nessuna fottuta soluzione. Già, nessuna fottuta soluzione. Lo ripetevo sempre, un tempo. Era una forma di alibi. Giustificava lo schifo delle mie azioni innominabili. Quella ragazza giapponese che ho quasi ucciso nella stanza di un albergo di Tokyo, ero troppo sconvolto, la coca mi aveva fatto impazzire. Quella studentessa di Yale morta durante una delle mie feste, piena di alcol e di farmaci. Agonizzava e io ridevo e non facevo nulla per aiutarla. Quel ragazzino che ho torturato e picchiato a sangue nell’intimità di una villa parigina, semplicemente perché mi andava di farlo. Ho fatto anche di peggio. Perché sono un alieno, mi dicevo; non un essere umano. Sono Zack Space, il mostro proveniente da Marte.

Poi un giorno mi guardai attentamente allo specchio e il marciume che avevo dentro, l’alienazione, la follia, si manifestarono di colpo. E piansi. Non piangevo da un secolo. Non posso vivere così, mi dissi, non voglio più vivere, questo gioco è troppo marcio e corrotto, non ne vale la pena, non mi conviene, devo andare via.

Nel corso della mia carriera ho conosciuto gente di tutti i tipi. E ciò include la peggiore risma esistente in questo pianeta andato a male. Criminali. Assassini. Rifiuti di ogni sorta. Presi la decisione in fretta, quindi. Tutto avvenne in una casa di West Hollywood. Un tipo mascherato sedeva di fronte a un uomo che non descriverò né nominerò. Il tizio mascherato estrasse una fotografia di Zack Space dalla tasca interna della giacca, dicendo: – Questo è il ragazzo.

L’altro disse: – Zack Space. L’alieno. Il marziano. La sua musica non è male. Un tipo difficile, però. Circondato sempre da un sacco di persone.

  • Ma i tuoi uomini sono professionisti, no?
  • Chiedilo al fantasma di Kennedy. Ma non sono nemmeno a buon mercato.
  • Il denaro non è un problema.
  • Immagino
  • E allora?
  • Allora cosa?
  • Accetti o no?
  • Ho molti collaboratori. Infiltrati in parecchi ambienti. Anche in quelli discografici, se è per questo.
  • Ottimo
  • Frena. Ci sono cose che non mi sono ancora chiare…
  • E quali sarebbero?
  • Le tue motivazioni, per esempio. Perché Zack Space deve morire?
  • Sono affari miei. Se non vuoi l’incarico, dillo subito. Troverò qualcun altro.
  • Il suicidio non sarebbe più facile?
  • Il suicidio?
  • Già.
  • Lo ha già fatto Kurt.
  • D’accordo… del resto, non mi interessa capire la psicologia dei miei clienti. Ma di che si tratta? Di sindrome da personalità multipla? O una fuga psicogena?
  • Io…
  • Lascia perdere. Pagamento anticipato. E ho bisogno di sapere ogni cosa su Zack Space. I movimenti. I programmi futuri. Tutto ciò che ha a che fare con il suo entourage. Gli agenti. Le guardie del corpo. Roba del genere.

E fu così che iniziò. Ma le cose non andarono come previsto. E’ forse colpa vostra, bastardi? Perché mi volete vivo, lo so. Io, invece, vi ucciderei tutti quanti, se solo potessi.

Il primo tentativo avvenne durante un concerto. Ma l’imbecille non riuscì a colpirmi, e meno male che era professionista! Ottenni un sacco di pubblicità extra. Ma non era quello che volevo.

Il secondo tentativo fu un altro insuccesso. Stavolta mi trovavo a un party. Trent Reznor mi diceva qualcosa che non capivo. Courtney Love era ubriaca marcia e rompeva le scatole un po’ a tutti. Marilyn Manson diceva in continuazione: – Qui c’è un cazzo di caldo! Qui c’è un caldo del cazzo!, e Twiggy, il suo bassista, farfugliava qualcosa sul whisky e sullo speed. Ozzy Osbourne rideva e basta. E Billy Corgan si guardava intorno con aria smarrita, sembrava fumato. Top model anoressiche, groupies eccitate e ragazzi imbambolati giocavano a fare le creaturine festaiole, aspettavano lo sballo, desideravano emozioni forti. E qualcuno sparò all’improvviso. Non colpì il sottoscritto, però. Lo bloccarono subito. Morì un cretino qualunque. Altra pubblicità extra.

E arriviamo al terzo tentativo. Un quarto d’ora fa, sono rientrato in albergo. E ho percepito una serie di movimenti frenetici, non ho capito bene, qualcuno mi ha spinto via in fretta, mentre sentivo l’ennesimo colpo di pistola. Risultato: sono ancora vivo. Ci sarà altra pubblicità. Maledetti incapaci. Non sanno nemmeno uccidere qualcuno. Non sanno nemmeno uccidere me. Zack Space, la rockstar proveniente da Marte. Quella che voi amate. Mentre io vi odio.

  • Come ti chiami?
  • Tiffany.
  • E’ il tuo nome vero?
  • Fa differenza?
  • E’ bello, comunque. Mi piace.
  • Grazie, Zack.

Il tempo scorre. La ragazza è entrata in camera. Il ragno tatuato sulla fronte è intrigante. Si è già spogliata, è distesa accanto a me, è carina, ha un bel corpo, ogni tanto le accarezzo i capelli lunghi e biondi.

  • Fai parte dell’organizzazione?, chiedo.
  • Sì.
  • Sei più furba degli altri…
  • Cerco di esserlo. Fingere di essere una fan è servito.
  • E il ragno? Che significa?
  • Niente.
  • Niente?
  • Poteva rendere convincente il travestimento. Ho pensato che una tua fan dovesse necessariamente essere stravagante. E cosa c’è di più stravagante di un tatuaggio in fronte?
  • Devo dartene atto.
  • E poi posso sempre fare l’operazione al laser. Dopo.
  • Come mai eri qui?
  • Sono la riserva. Il boss te l’ha detto al cellulare, no? E’ stata un’ottima pensata. Non fallirò, a differenza dello sfigato di prima.
  • Che facciamo?
  • Non so. Ti posso uccidere anche subito, se ti va. Oppure…
  • Oppure?
  • Sono nuda, no? E non fare quella faccia. Non sono mai stata con un personaggio famoso. I killer sono sensibili al fascino delle persone di successo, come chiunque altro…
  • Lo immagino. E’ questa la tragedia. Ma io sono solo un inganno. Zack Space non esiste. Non è mai esistito. Ecco perché voglio fuggire.

Sta per dire qualcosa ma la interrompo, dicendo: – Non prendertela ma… non mi va… sei molto attraente… ma non ti trovi qui per questo.

  • Come vuoi. Mi faresti almeno un autografo?
  • Scherzi?
  • No.

Incredibile. Sono tutti a caccia di autografi. Persino i sicari.

  • Io… va bene. Ma poi, per favore, agisci in fretta. Ne ho abbastanza.

Voglio andarmene. Voglio scappare da questa vita. Vi odio, bastardi. Vi detesto.

Lei si allontana e io chiudo gli occhi. Vorrei volare. Vorrei essere davvero un alieno. Vorrei nascondermi in un altro pianeta. E sento il rumore secco dello sparo.

La ragazza è morta. Giace sul pavimento, in un lago di sangue. Io sono accovacciato sul letto, nudo. I due gorilla osservano il cadavere impassibili. E lo stesso vale per Kieron. Si avvicina a me e, con un tono di voce che non ho mai sentito prima, dice: – Vestiti.

  • Ma…
  • Vestiti, ho detto. E finiscila con le fesserie. Mi sono stufato.
  • Che significa?
  • Significa che so tutto. L’ho sempre saputo. Tu hai assoldato i killer. Oppure l’ha fatto un’altra parte della tua personalità. Conoscevo i tuoi movimenti. E i movimenti degli assassini. Per questo motivo siamo sempre riusciti a proteggerti, capisci?

Poi, senza darmi il tempo di replicare, mi dà un pugno in pieno viso. Sento il calore del sangue che mi scorre sul volto.

  • Idiota!, mi apostrofa, Non puoi fare quello che ti pare, fattene una ragione… morire… che assurdità! Non puoi scappare! I tuoi tentativi di fuga sono patetici!
  • Ma…
  • Ma niente! Fai parte dell’ingranaggio, ti piaccia o no. Lo hai voluto tu. E non puoi tornare indietro. In questo momento il tuo decesso sarebbe inutile.
  • Inutile?
  • Il mercato è l’unica cosa che conta oggi. E tu sei un prodotto di mercato. Adesso vendi bene. E continuerai a farlo. Prima o poi, quando l’interesse del pubblico diminuirà… be’, allora potrai ucciderti. Forse ti ucciderò io, così non faremo tanta fatica… in questo modo, la tua immagine entrerà per sempre nel mito e i tuoi dischi venderanno in continuazione… del resto, lo abbiamo già fatto con Kurt.
  • Ma è disumano.
  • Che ti aspettavi? E’ un ambiente disumano. Non lo avevi capito? Vedi, per noi non c’è niente di sacro, non ci fermiamo di fronte a nulla. Abbiamo sfruttato gli ultimi avvenimenti e guarda quanta pubblicità ne hai ricavato! I dischi di Zack Space si vendono come il pane!

Nei suoi occhi c’è esaltazione. E follia. Nemmeno lui è umano. E’ colpa vostra. Avete corrotto me. Avete corrotto lui.

  • Come… come lo sapevi?
  • È stato facile. Ti sei rivolto a un boss. Ma quel boss lavora anche per noi.
  • Assurdo
  • Ma ci siamo messi d’accordo. Ora vestiti, è tardi.
  • Tardi?
  • Hai un concerto. E il pubblico non aspetta. Il pubblico non ama aspettare. E se ne frega delle tue manfrine. Non vuole un bamboccio piagnone e debole che corteggia la morte. Desidera solo Zack Space, la rockstar trasgressiva. Il prodotto. Il personaggio. Non la persona autentica.

Voi. Voi mi amate. Io vi odio. Vi auguro tutto il male di questo mondo.

  • È già tutto organizzato, mi dice Kieron mentre la limo ci porta allo stadio, e siamo già andati avanti con il tempo.

Guardo il paesaggio livido di Los Angeles dal finestrino. C’è un sole malato. Strade affollate. Palme mosse dal vento. Ragazzi e ragazze che sembrano usciti da un telefilm falso. Tutto ciò che vedo è artificiale. E’ un mondo alieno. Io non sono veramente qui. Sto assistendo a uno spettacolo televisivo osceno e sporco.

  • Organizzato?
  • Inizierai il tour tra una settimana. Stati Uniti. Europa. Giappone.
  • Non ce la faccio. Non ne ho la forza.
  • Ti daremo tutte le droghe che ti servono. Il successo, del resto, è una pasticca che ti brucia il cervello.
  • Fottiti, Kieron.
  • E poi registrerai il nuovo album. Rock’n’Roll Killing.
  • Rock’n’Roll Killing?
  • Esatto.
  • Avete scelto anche il titolo?
  • Già. E le canzoni si riferiranno agli avvenimenti degli ultimi tempi. Mi sembra giusto. Sarà un successo. Fidati.

Che posso dire? Che posso fare? Niente. E devo ringraziare voi per questo, maledetti.

Il tempo scorre. Il concerto è andato bene. E il pubblico era in visibilio. Ho ricevuto almeno cinquanta profferte sessuali in camerino. Ho preso camionate di droghe e sono intontito. Non esisto. Non mi conoscete. Non sono veramente qui. Non sono Zack Space. Sono un buffone qualunque. E adesso nessuno mi lascia più solo, neanche al cesso. Sono prigioniero. Come un palestinese in un campo di profughi. Il successo è un lager mentale e il pubblico il mio Fuhrer personale. Non c’è scampo. Non esistono vie di uscita. Sono entrato in questa prigione e non sapevo niente, non sospettavo. E non posso fuggire.

E adesso dovreste vedermi. Un relitto che piange come un bambino, disteso su un letto enorme, in un albergo il cui costo di pernottamento corrisponde all’intero debito nazionale dell’Argentina. Ho in mano il cellulare. Mi trema la mano. Sto selezionando un numero telefonico. Un numero che conosco bene e che ricordo ancora, dopo tutto questo tempo.

  • Pronto?
  • Mamma?
  • Chi parla?
  • Sono io… Nicholas…
  • Non conosco nessun Nicholas.
  • Ti prego, mamma…
  • Mamma?
  • Mamma, per favore, parlami…

E nessuno mi parlerà. Nessuno vuole parlare con Nicholas. Nicholas non è famoso. Nicholas non è una rockstar galattica. Non è Zack Space, l’alieno venuto da Marte. Non è quello che voi volete. Voi. Bastardi. Maledetti. Mi amate, lo so. Io, invece, vi odio. E vi odierò sempre. Perché non meritate altro. Anche se non lo sapete. E non lo saprete mai. Non saprete mai un cazzo di niente. Coraggio. Preparatevi. Tenetevi pronti per lo sballo. Aprite le gambe. Sto arrivando. Tanto non esisto. Sono una maschera. Sono il vostro prodotto di mercato. Amatemi. Compratemi. Masturbatevi pensando a me. Potete farlo. E che possiate morire tutti quanti, maledetti. Perché ho cercato disperatamente una via di fuga e non sono riuscito a trovarla.

 

Pubblicato in Krill, Anno II, numero 02 – 2010, Lupo Editore