Salinella casting

 di Cosimo Argentina

Torre Ovo 4.8.08

 

Eccolo…

C’è del silenzio, ovunque… del buon silenzio. Si tratta del silenzio dei ricordi. Roba sospesa dentro se stessi e Torre Ovo e i pescatori che bestemmiano davanti a un groviglio di lenze non sono che una salata divagazione.

Agosto… l’anno non conta nulla. Una Taranto che anche a stirarla tutta arriva sino a viale Magna Grecia; l’odore dei campi tutt’intorno la Concattedrale; le piante di rucola e di menta che si rizzano dove meno te l’aspetti. È agosto, ma ferragosto l’abbiamo già dimenticato. È quel boccone di agosto che sa di settembre tranne che alle due di pomeriggio. D’altronde Taranto sa quasi sempre di due di pomeriggio, in estate… sarà l’asse terrestre, sarà il sale dello Ionio, vai a capire…

“ Mi raccomando, ho parlato col mister…”

“ Sì, zio”.

Un campo sterrato… dove oggi ci sono pilastri di cemento. Non siamo lontani dal Salinella e il solo sapere che a meno d’un chilometro giocano gli dei ci fa venire il solletico ai piedi e la rizzica alle carni. Un campo sterrato, questo, con ciuffi di cicoria selvatica lungo i bordi e le bandierine dei calci d’angolo fatte di mazze di scopa prive di stendardo tranne una con uno strofinaccio a quadretti bianch’e blu.

Una plebaglia… e poi una trentina di mocciosi e infine loro, i visionatori. Il mister tiene la faccia flaccida e l’occhio bovino mentre il suo vice sceriffo ha pochi denti e ancor meno capelli. La plebaglia sputa per terra e mangia polvere pomeridiana e il quartiere spacca l’orizzonte con case nuove nate unte e una gobba di terriccio che nasconde un pezzo di stadio.

“ Mimine, fai quello che ti chiedono e non ti emozionare. Mostra quidde ca tine mmizz’ all’ jamme!”

“ Sì, zio”.

Ci fanno sedere lungolinea.

Su tre lati muretti coi tufi segnati da una lappata di cemento.

Ho una borsa di plastica con la scritta Sapporo.

“ Cambiatevi qui! Veloci!” urla il vice sceriffo.

Schizzetti di saliva impreziosiscono l’aria. Taranto è un gigante che dorme su un fianco, quegli schizzetti gli smuovono la palpebra sinistra, nulla più. Noi abbiamo tredici, quattordic’anni e nat’epicch’ non sappiamo nemmeno perché stiamo là.

M’infilo calzoncini bianchi non abbastanza sporchi e una maglia del Verona Hellas: blu sbiadito con i polsini e il collo tondo gialli. Alcuni hanno tute, altri completi seri. La maggior parte di noi ha maglie strappate e calze arrotolate alle caviglie.

Me ne sto seduto per terra con le ginocchia strette tra le braccia, il naso sulla pelle a cappone. Sulla schiena ho il numero 5. Sempre, nella mia vita, ho avuto il 5. Una specie di destino. Quando tenevo sette anni già lo sapevo che avrei giocato col 5. Uno lo sa prima. Sa prima il numero con cui giocherà per tutta la vita e poi comincia a giocare.

Mio zio Benito – che tutti chiamiamo Ico – se ne sta aggrappato alle sbarre di una cancellata mezz’arrugginita.

Noi, quelli del provino, ce ne stiamo in silenzio tranne alcuni che si conoscono già e allora sono spavaldi. Gli spavaldi mi chiamano Busatta, Maddè, ma io sto zitto. Ogni volta che posso sto zitto, questa è la regola. Solo se sono messo alle strette parlo.

Insomma per non portarla alla lunga ecco il mister…

“… che vi credete? Per giocare a calcio non basta saper giocare, bisogna avere temperamento, bisogna soffrire, stringere i denti, impegnarsi, essere rispettosi, hai capito tu, testa di cazzo?!”

Uno. Un biondino lo stava prendendo per il culo facendogli il verso. E al mister va bene che il biondino non è accompagnato da un padre incazzuso altrimenti la cancellata mica avrebbe tenuto…

“… oggi vi proviamo. Palleggi; fondamentali in genere, una partitella… chi non ha le scarpe bullonate si può rivestire, chi non è d’accordo con quello che ho detto si può rivestire. Tutti gli altri davanti a quella porta!” e indica tre legni con una rete che penzola alla misera dalla traversa solo per un quarto della lunghezza.

Quattro ragazzi hanno scarpe da tennis. Uno di loro tenta di rubarle a un piccoletto. I padri si azzuffano e un colosso con occhiali e basette impressionanti urla che le va a comprare subito che suo figlio lo deve fare ‘sto cazzo di provino.

Noi andiamo davanti alla porta.

“ Mimine… concentrati!”

“ Sì, zio” e accenno un sì colla testa.

Palleggi. Un pallone di cuoio pesantissimo. Undici palleggi… ventitré… cinque… otto… uno comincia e va avanti alla grandissima fino a che il vice sceriffo dice basta, bravo, come ti chiami? Pasquale Di Noè… menchia che nome dimmerda, ti ci vuole un nome da calciatore…

Tocca a me. Inizio e mi fermo a sette palleggi. Riprendo il pallone. Il pallone sa di grasso e calci. Arrivo a dieci ma gli ultimi due sono scomposti.

Guardo zio Benito. Non mi sembra soddisfatto.

“ Dove giochi?” mi chiede il mister?

Prima che possa rispondere mi fa tu sei un difensore… sarai uno e settanta almeno, o no? Faccio di sì con la testa… e settantatré. In difesa.

Mettono uno in porta, io passo il pallone al vice sceriffo che me lo ridà sul sinistro, calcio al volo ma il risultato è deprimente. Dietro di me tutti gli altri a calciare palloni di cuoio vecchio con le tacche scucite che si aprono a ogni inzeccata.

Proviamo col destro. Va meglio.

Campane. Ci dev’essere un funerale da qualche parte. I padri bestemmiano ma per un attimo si toccano o si segnano il petto. Poi riprendono a bestemmiare. Un cane taglia in diagonale il campetto. Un ragazzo calcia forte all’incrocio dei pali.

“ Forte ‘stu uagnune… Come ti chiami?”

“ Renato!”

“ Ye figghieme” urla uno da dietro la cancellata. Ci voltiamo tutti verso le inferriate e il sole le sta rosicchiando e il quartiere fa’ che si sta sdoppiando in una cupola di umidità.

“ Si chiama Scarola Renato… ye figghieme e sciueche a quel biondo!”

Il mister e il vice sceriffo si guardano perplessi.

Colpi di testa.

Ogni tanto guardo zio Benito. Lui mi sembra nervoso ma quando si accorge che lo guardo solleva un braccio col pugno chiuso e mi incita.

“ Partitella!” urla il vice sputando per terra. Mi concentro sullo sputo finito nella polvere. Una formica che procedeva per linea retta gira intorno allo sputo e poi prosegue il suo cammino.

“ Tu giochi coi gialli” mi fa il mister dandomi una pettorina senza lacci.

Siamo quindici contro quattordici e il campo è adatto per il calcio a sette.

Il vice scodella la palla a centrocampo dopodiché non si capisce più niente. Botte, tante, tiri, pochissimi e una nuvola di polvere che ci avvolge tutti fino a che dall’esterno non è più chiaro se si tratta di una partita di polo, di pallone o se sta arrivando il settimo cavalleggeri sicché gli indiani è meglio che si diano allo iazzo.

Un fischio.

Il mister ha visto un rigore anche se la palla era a centrocampo. Il rigore è contro di noi. Chi lo batte? Una rissa determina che sarà un santantonio coi baffetti a calciare, ma una controrissa a bordo campo delibera che il rigore lo calcerà una ragazzino magro all’osso. Sulla linea dell’area di rigore siamo in duemila.

Tiro. Pallone alle stelle. Un paio di zombi abbracciano il portiere proprio mentre da un angolo sbuca l’avanguardia di una processione funebre.

Il mister si pianta la mani sui fianchi, guarda in direzione dei paramenti funerari ma alla fine decide che si può giocare. Un chierichetto però viene inviato in campo come messaggero.

“ Don Pasquale ha detto se vi potete fermare”.

“ Voto partito comunista” fa il mister.

Il chierichetto guarda goloso il pallone tra le mani del mister.

“ Don Pasquale ha detto pure che se non vi fermate lo dice a donna Assunta, a vostra madre insomma…”

Una emmeesse spunta dalla tasca della tuta dilatata del mister.

“ Provino sospeso! Ci vediamo lunedì prossimo alle due, qua!”

Rompete le righe. Ognuno per conto suo.

Torno nella 126 blu di mio zio. Lui mi catechizza su dove ho sbagliato e dove potevo e dovevo far meglio. Io osservo il bordo dei marciapiedi di viale Magna Grecia e ascolto. Mio zio non ha mai giocato a pallone ma è un abbonato del Taranto e ha visto giocare Bruno Beretti, Paina, Pelagalli, Aristei e tutti gli altri. Anch’io andrò a vedere i miei, di idoli… vedrò Gori, Selvaggi, Maiellaro, De Vitis, Riganò… e soprattutto vedrò giocare Erasmo Iacovone. Ma a quel provino non c’andrò più e continuerò a giocare sott’accasa fino a che uno, uno con una vescica sul mento e la lingua più grossa della bocca, mi vedrà entrare a spezzajamme su un attaccante in fuga e allora… domani fatt’acchià ‘nnanz’ a ‘o Mazzola e puert’ le scarpette…

“ Ti accompagno io, Mimine!”

“ Sì, zio…”

“ E ricordati…”

Sì, concentrati, sempre concentrati…

“ … va bene, zio”.

 

Pubblicato in Krill, anno I, numero 00, Lupo Editore (Copertino) Settembre 2009