Dove un’ombra cupa scende / sui destini degli umani

di Romina Baldoni

 

Alcune libere considerazioni su Teoria della classe disagiata, di Raffaele Alberto Ventura, Minimum Fax, 2017.

«Il debito che ci schiaccia non è altro che l’immagine rovesciata delle nostre aspirazioni deluse, l’altissimo costo che paghiamo per continuare a ostentare una ricchezza che non abbiamo»

«Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – nella peggiore delle ipotesi mantenere – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà dei privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento?»

«Alle soglie di un’età adulta che sembra non arrivare mai per davvero, tenuti in vita artificialmente dai patrimoni familiari, dalle bolle speculative o dal welfare pubblico (…) ci accorgiamo di avere sprecato un’enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione che non potevamo vincere»

«Come possiamo abbandonare quella che chiamavamo vita per adattarci alla mera sopravvivenza?»

«Il problema è che la scuola si prefigge d’inculcare valori e abitudini della classe borghese senza preoccuparsi che questi possano entrare in conflitto con le risorse materiali presenti e future degli studenti»

«La classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare»

 

Una premessa

Mi perdonerà l’autore del libro se ho deciso di non presentare una recensione puramente e schematicamente illustrativa del suo testo. Per prima cosa, e senza volergli arrecare nessun torto con pretese di saccenza, la mia non vuole essere un’intrusione inopportuna, o peggio, fuorviante del suo pensiero. Semplicemente sento di dover aggirare alcune regole canoniche e andare a ruota libera per due principali motivi, anzi tre.

Il primo è un’identificazione pressoché completa con tutto ciò che qui viene sostenuto che mi esula da un distacco spersonalizzato e asettico. Il secondo motivo e che per lavoro recensisco libri e non volevo entrare nel dettaglio di questo scritto con un approccio professionale che avrebbe probabilmente mascherato il mio stato d’animo, il caos di sentimenti contrastanti e il malessere in cui sono precipitata nel leggerlo.

Del resto ho dalla mia la presunzione di credere che Raffaele Alberto Ventura possa tranquillamente prescindere da un ennesimo invito alla lettura ed essere più interessato a ciò per cui si è dato tanto da fare negli anni di incubazione del suo lavoro: raccogliere testimonianze per potersi fare a sua volta testimone dell’unica cosa che ci resta da fare: testimoniare.

Il terzo motivo? Beh, è quasi ovvio, ad un condannato a morte non si può negare il placet dell’ultimo desiderio e dal momento che ci ho messo 47 anni per sviluppare un minimo di senso critico, sarebbe un peccato portarmelo giù nella tomba del mio silenzio.

 

Quello che ho da dire…

Era necessaria la lucida spietatezza di Raffaele Alberto Ventura per darci il colpo di grazia. Non che ad ucciderci sia stato lui e le dettagliate e ineccepibili tesi discettate nel suo libro, ma si sa, noi esponenti della classe disagiata, condannati senza appello a morte lenta e sofferta, siamo campioni nel trovare appigli illusori e intravedere flebili bagliori di speranza. Invece tutto è compiuto, ogni cosa è stata spremuta, ogni raggiro per ritardare il tragico impatto finale è stato provato. Siamo giunti alla fine di un’era e sarebbe davvero un insulto alla nostra sconfinata collezione di titoli di studio e alla nostra intelligenza non volere ammettere che gli sconfitti siamo proprio noi. La classe agiata che a un tratto si è ritrovata disagiata. Le macchine di gran lusso che giacciono invendute in magazzino.

Mi ci devo mettere anche io nella schiera di perdenti a cui viene dedicato questo lugubre e solenne sermone di commiato lungo ben 262 pagine, senza voler negare che l’Autore mi ha trascinato dentro al suo dibattito fino al midollo della mia emotività e della mia esperienza di vita. Tutto in questo libro è dannatamente vero, tragicamente incontestabile e maledettamente incontrovertibile. Ondeggia in una conduzione spietatamente provocatoria ma anche poetica. Per suffragare l’esattezza e la dimostrabilità di ciò che sostiene non ricorre solo a ragionamenti di economia politica ma attinge ad una serie di metafore e riferimenti letterari del passato (guarda caso!) che sono proprio il bagaglio formativo da cui la classe disagiata ha attinto. Quei pascoli verdi che hanno dato ristoro al nostro spirito, al nostro otium nella fase di opulenza, cullandoci soavemente tra sogni, evasioni e ideali.

Arriva Raffaele Alberto Ventura, classe 1983, e ci sbatte in faccia un’analisi coraggiosa e disincantata, che tratteggia minuziosamente e in tempo reale quello che Karl Marx aveva teorizzato e profetizzato: l’inceppamento dell’ingranaggio capitalistico, l’implosione incontrollabile del più grande bluff della storia. L’effimera e monumentale Babele della ricchezza senza controvalore, l’ostentazione di una vanità non più compensata dalla sostanza. C’è un surplus destinato ad essere svenduto e un capitale umano destinato a restare inutilizzato nei magazzini fantasma dell’inutile. Merci ma anche cervelli, conoscenze e saperi stoccati in una giacenza perpetua. Noi, spettri smarriti e atterriti, con in tasca l’implacabile diagnosi nefasta, al pari di desolati e silenti paesaggi di abbandono post industriale. La cosa che spiazza e che colpisce di più in questo libro, nei toni veementi e accusatori con i quali veniamo pungolati, è una specie di ferrea e ferma volontà di trasmettere consapevolezza senza lasciare appigli. Allo stesso tempo però le sottigliezze retoriche, lo sfoggio disinvolto e sicuro dell’esemplificazione storica, il racconto epico e velatamente romantico del disfacimento ha un che di sacrale. C’è un po’ il sentore di cerimoniale, da rispettoso e dignitoso congedo. Una specie di ultimo omaggio ai valori eroici e alle gesta (un po’ autodistruttive e a volte banalmente esaltate, ok d’accordo) di un’umanità orgogliosa e resiliente, destinata ad assistere inerme alla sua estinzione.

Come non rammentare la struggente bellezza del monologo finale del film Blade Runner (1982) dove l’androide Roy ci riconsegna intatto lo stupore del trapasso e dell’immolazione: … “E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.

A morire è una larga fetta generazionale, i figli impoveriti di una borghesia che è giunta alla saturazione di quei privilegi edificati a scapito dello sfruttamento di materie prime e di mano d’opera dei più poveri e dei più derelitti. Quello a cui assistiamo è l’erosione della classe media. Il paradosso più imbarazzante è che l’estinzione avviene per delle concause bizzarre. La grande bolla che i cervelli, gli impiegati concettuali, hanno concepito per accrescere il loro benessere si è autoalimentata per mezzo di una speculazione che promuoveva se stessa all’infinito. In pratica si era consapevoli di stare a pompare aria, di gonfiare all’inverosimile un pallone che avrebbe finito per scoppiare. Ciò che ci si augurava era che fosse scoppiato in “mani altre”. L’esilarante parodia denigratoria di questo passaggio di bomba innescata non poteva che servirsi del talento caustico e ironico di Goldoni, Molière o Shakespeare. Ma si è attinto anche a riflessioni sociologiche, filosofiche, antropologiche e a tutto il susseguirsi di quei paradigmi che le civiltà erigono per rendere funzionale il pensiero dominante all’andamento congiunturale ed economico. Partendo da lontano con Ibn Khaldun, fino a Nietzsche, Lancan, Marcuse, Bataille e Deleuze o ancora Adorno, Veblen, Baudrillard, Bianciardi. Senza eludere l’economia classica con Smith, Ricardo, Malthus, Keynes.

Certo la critica feroce mossa alla classe disagiata ha tutta la sua ragione di esistere. Si ha peccato nel momento in cui l’ambizione ha preso il sopravvento, nella superficialità con la quale si è ostentata la propria superiorità ricorrendo al feticismo simbolico di beni posizionali del tutto superflui.

Le istituzioni laiche da parte loro hanno contribuito a forzare la mano sulla via della degenerazione. Non da ultimo ci si è messo anche il web a raschiare il fondo scardinando le ultime sacche di resistenza con la trovata del prosumer, ovvero un inconsapevole produttore-consumatore che finisce per segnalare al mercato (che ormai può produrre a basso costo anche un singolo bene “dedicato”) ciò che ama e ciò che predilige. Niente è abbastanza sofisticato o puramente artistico da non essere monetizzato dal sistema. Si contratta la nostra voglia di visibilità, si gioca sulla confusione imperante tra identità e immagine. Si generano mostri chiamati print on demand (stampe in unica copia), self publishing (autori a spese proprie), usergeneratedcontent (contenuti generati dagli stessi avventori del web). Si tocca il fondo spingendo sulla paura dell’alienazione, sulla voglia di gratificazione di una classe disagiata allo sbando per prelevare gratuitamente ogni residuo di capitale accumulato. Le promesse sono sempre le stesse, il sogno di arrivare a una realizzazione finale che ripaghi dai sacrifici sopportati. Ciò che ci condanna all’autodistruzione ciclica è la nostra brama, il desiderio insito nella nostra stessa natura. Si è disposti a cooperare per accrescere e per accumulare beni ma al primo imprevisto, alla prima disfunzione della fase ascensionale si batte in ritirata, ci si chiude in difesa per mantenere ciò che sarà sempre troppo scarso per essere alla portata di tutti. Le crisi, le fasi discendenti, devono per forza mettere in discussione i vecchi equilibri e deciderne di nuovi in un tragico moto perenne. Al momento la classe disagiata è veramente ampia e diversificata. Ventura parla di una forbice che va dai nati nel 1978 fino al 1999 ma se andiamo a leggere quel disagio di cui parla nel sesto capitolo, quella anomia intesa come sgretolamento di tutti i propri valori e risentimento crescente, ecco che lo iato si allarga.

È disagiato chi come me è nato nel 1970 e si trova a fare i conti con un sistema che già da molto tempo se ne frega del puro e integro intellettuale. Del bramoso di conoscenza, del pensatore critico difficilmente disposto a scendere a compromesso. Nell’ultima corsa, quella “senza esclusione di colpi bassi” di certo questa figura ha dichiarato la sua resa da tempo, non ci è manco entrato! Quelli come me sono depressi cronici, quelli che non si aspettano più niente e non si riconoscono nei nuovi equilibri sociali. Sono quelli che ancora si chiedono se un po’ se lo sono voluto o se in fondo veramente non valevano abbastanza ed erano solo dei mediocri poco volitivi. Quelli come me erano “surplus” destinato alla giacenza già dai primi vagiti. Nutriti dall’orgoglio e dalla presunzione dei valori sessantottini in una borgata piena di fermenti che prometteva di riscattarsi. Quella borgata che dopo quarant’anni anni è una desolazione di anziani che attendono affacciati ai balconi qualche notizia dei figli andati all’estero a cercare fortuna. O di famiglie di badanti che guadagnano guardando quegli anziani seduti ai balconi di una fatiscente edilizia anni Settanta. O una larga e indefinita schiera di anonimi disadattati, ladri, bulletti, esperti di sopravvivenza a vario titolo, giocatori di slot seriali, sfigati cronici. Quelli come me sono rassegnati razionalmente e inquieti concettualmente e loro malgrado. Suicidati virtualmente di anomia, vaghiamo per le sudicie strade di Torre Maura osservando le serrande dei negozi chiusi, le voragini dell’asfalto e nemmeno più il 312 o il trenino dell’Acotral a farci compagnia (e dire che Pasolini ci aveva fatto fighi, borgatari un po’ bohémien, inquadrandolo in una scena di Accattone). Sicuramente abbiamo la propensione al lamento facile e un po’ teatrale per colpa di Checov e del suo Ivanov. Abbiamo quell’autocompiacimento melodrammatico che è un po’ nostalgia pompata di fantasia e vanità ma forse, se l’Autore del libro cita anche Mark Fisher autore di Capitalist Realism, morto suicida il 13 gennaio 2017, abbiamo ancora una freccia al nostro arco. Relativamente a quella “testimonianza” cui si accenna. Come monito per il futuro, in quelli come noi, c’è ancora qualcosa di buono che valga la pena trasmettere a chi si formerà dopo di noi. Del resto gli accenni tra le righe sono svariati, lo stesso Ventura si definisce “lavoratore dell’industria culturale”, anche lui è uno di noi! Non si descrive con tanta raffinatezza e con tanta passione qualche cosa che in fondo non sentiamo appartenerci. E poi ammettiamolo, i puri di etica potrebbero insegnare qualcosa sulla sostenibilità e su quella asabiyya (capacità di auto-organizzarsi) su cui Raffaele Alberto Ventura torna più volte, citando anche l’Ivan Illich de La Convivialità, che già nel 1973 aveva saputo prevedere molte cose. Senza contare a chi lascia le parole conclusive del suo volume. Un inedito Karl Marx diciassettenne, imbevuto di ideali spirituali e ancora speranzoso nel trionfo di un’umanità nobilitata dalla sua capacità di amare e di perseguire il bene comune.

«… la guida principale che ci deve soccorrere nella scelta di una professione è il bene dell’umanità, la nostra propria perfezione.» E allora dalle nostre ceneri potrebbero nascere tanti contadini, tante comuni con una propria autonomia autarchica fatta di piccole cose. Magari per la sera avranno tutti il loro Schopenhauer sotto il cuscino, per meditare e forse chissà… un grazie speciale sarà proprio per noi.

Infine concludo con qualche piccola osservazione del mestiere, anche se in premessa avevo chiaramente detto di non voler rientrare nel physique du role del recensore seriale. Un plauso al progetto grafico di Patrizio Marini e una raccomandazione per le prossime ristampe: fate in modo che l’editore possa inserire anche un indice dei Nomi e delle Opere citate nel libro per una maggiore esaustività e per la gioia dei lettori disagiati.

 

Libri

Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, 2009.

Ivan Illich, La Convivialità, Mondadori, Milano, 1974.

Ibn Khaldun, The Muqaddimah: An Introduction to History, Princeton University Print, Usa, 2015.

Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata, Minimum Fax, Roma, 2017.

 

Film

Ridley Scott, Blade Runner, 1982, Warner Bros, Usa.

Pier Paolo Pasolini, Accattone, 1961, Cino Del Duca