Una voce per le storie fuori dalla storia – Intervista a Cristiana Verardo

Intervista a Cristiana Verardo a cura di Laura Preite

Il 19 maggio esce l’album d’esordio di una giovane cantautrice salentina. Il suo nome è Cristiana Verardo, il titolo dell’album è La mia voce, pubblicato dall’etichetta discografica Workin’ Label per la distribuzione di I.r.d.; il suo sorriso generoso nasce in un piccolo paese di provincia, dove il tempo ha delle estensioni che altrove non sono concesse. La verità è che siamo nate nello stesso paese, a pochi km di distanza, e questa chiacchierata è stata una delle più complesse, nonostante abbia la fortuna di conoscere Cristiana, la sua musica e il suo distratto e adorabile sguardo sulle cose.

Insieme abbiamo pensato che il modo migliore per raccontare lei e il suo lavoro fosse quello di accennare con aneddoti e racconti a ognuno dei pezzi che compongono questo suo primo lavoro discografico. Uno per uno, canzone per canzone, contesto per contesto, come tappe di un percorso che è soltanto all’inizio.

Laura: Partiamo dal primo pezzo che hai scritto, in ordine temporale…

Cristiana: Anche domani è il brano più vecchio, l’ho scritto durante il primo anno di conservatorio, nel 2010. Stavo allenando l’ascolto, soprattutto riguardo al repertorio jazzistico e in qualche modo volevo iniziare a scrivere qualcosa che si avvicinasse a quel mondo, anche se ancora ne sapevo ben poco. Così mi sono messa al piano ed è venuta fuori una melodia che in realtà non ha nulla a che vedere con il linguaggio jazz, ero ancora troppo acerba. Mi ci sono comunque affezionata, l’ho voluta tenere perché fa parte del mio percorso, della me che ha iniziato a scrivere canzoni. Era come se me lo dovessi, in qualche modo.

La seconda canzone invece è Nannerl, un pezzo che fa da spartiacque tra la me ancora acerba, appunto, e la me che inizia ad andare a fondo nella musica, nella realtà. Mentre in Conservatorio studiavamo storia della Musica, mi sono imbattuta in una figura, la sorella di Mozart, Nannerl. Veniva solo citata, così, in modo quasi distratto. E allora mi incuriosisco, mi appassiono, perché, ahimè, sono attratta dalle storie degli sfigati, i diseredati, quelli che stanno ai margini.

L.: Quindi, ti piace osservare quello che c’è dietro il trambusto, la notorietà, dietro coloro di cui si parla, per vedere cosa invece continua a stare in silenzio, il più delle volte ingiustamente. Quindi, appunto, quelli che osiamo definire “sfigati”, quelli che non ce l’hanno fatta a trovare apprezzamenti…

C.: Sì, non vorrei si pensasse che lo faccio per vezzi da intellettualoide, quale non sono e non ambisco a essere. Quello delle storie “sfigate” è un automatismo, sono naturalmente portata a farmi attrarre da esse. Nannerl infatti era proprio questo, la sorella “sfigata” di Mozart che solo perché donna, all’epoca, pur essendo forse più capace del fratello, rimane nell’ombra. Allora ho voluto darle un palco, una voce e uno spazio per fare quello che, credo, avrebbe tanto voluto fare. A me questa canzone, in realtà, ha portato tanta fortuna, quindi, per me Nannerl non è più in silenzio, anzi! Poi c’è La mia voce, che è la canzone che dà il titolo all’album. Nasce da quel progetto che stavamo scrivendo insieme “Augghia”, ti ricordi?

L.: Sì, era quello sulla musica tradizionale siciliana, ricordo…

C.: Ecco, ero a casa di Enza Pagliara e lei mi disse se avessi mai ascoltato Rosa Balistreri. Io, colpevolmente, non avevo mai sentito il suo nome, non la conoscevo e così mi sono avvicinata a questa figura. E Rosa è stata la persona che io vorrei essere: una cantautrice, una persona che ha avuto tanto coraggio, che ha lottato per potersi esprimere in un mondo chiuso quale poteva essere la Sicilia di un po’ di decenni fa. E poi, la sua forza interiore, che usciva fuori con la sua voce potente, estrema. È una donna che ha vissuto la povertà, le violenze, e La mia voce racconta un periodo particolare della sua vita, quello che lei trascorre in carcere, con un bambino in grembo, perché si era ribellata al marito. E così, pensavo che lei potesse sentirsi più al sicuro in prigione che fuori, in un mondo in cui non era compresa, in cui il suo modo di essere la stava distruggendo.

L.: Forse è la condanna di tutti coloro che sono emotivamente più ricettivi, persone che non sanno cosa significhi accettare un’omologazione, persone che vivono intensamente quel che accade e se ne fanno carico… e forse a un certo punto il carico è così tanto che le schegge della realtà possono far male per davvero e ci si sente più protetti chiudendosi, dentro se stessi, come luogo intangibile, e dentro degli spazi fisici, ricercando la solitudine…

C.: Esattamente. Ed ecco perché questa è la canzone che dà il titolo al mio album, ci tenevo tanto che fosse lei ad anticipare tutto.

L.: Poi, per andare in ordine…

C.: Poi c’è La ballata del Cantautore, il mio lato ironico e leggero che non riesco a trattenere. E, tra l’altro, piccola nota di colore, si chiamava in origine Il manuale del cantautore, ma mi sono accorta per tempo che l’aveva già scritta il fratello di Luca Giurato (ilarità, ovviamente) e quindi poi ho modificato il titolo! La canzone nasce da un’esigenza comune a tutti, soprattutto a chi deve creare qualcosa, e cioè, avere un manuale, un qualcosa che ti spieghi come fare, da cui prendere spunto.

Poi c’è Autunno. Autunno è una canzone scritta a sei mani, le mie, quelle di Massimo Donno e quelle di Daniele Vitali, due grandi musicisti, nonché, due miei cari amici. Autunno è stato il pretesto e la causa di una collaborazione che non è detto che tra amici che fanno lo stesso lavoro ci debba essere.

L.: Ma è difficile scrivere insieme ad altri autori? Come si riesce a unire le varie teste, le intenzioni e le idee...

C.: Sì, molto. Per Autunno ci siamo visti tre volte, se non mi sbaglio. La prima volta è nata la melodia iniziale, il punto forte del brano, secondo me, poi il resto per gradi. Ad un certo punto, avevamo armonia, melodia, ma ci mancava il testo. Aneddoto su questo… quando scrivevamo Autunno io ero in crisi totale. Mi chiedevo cosa stessi facendo, ero sul punto di mollare tutto e fare altro e non riuscivo a scrivere. Poi ho avuto un’idea. Per l’ispirazione dovevo rivedere un film, Non ti muovere, sentivo che quella era la storia che mi avrebbe dato un percorso da seguire. Sul web non riuscivo a trovarlo, ho chiuso il pc, ho chiuso il pianoforte e mi sono buttata sul divano, depressa. La sera ho acceso la tv, schermo nero, titolo, Non ti muovere. Lo stavano trasmettendo proprio quel giorno… incredibile. A volte servono questi segnali per darsi una scossa e proseguire.

L.: Le suggestioni sono un carburante imbattibile. Poi se non mi sbaglio c’è Liberi tutti vero? Che è poi il singolo che hai deciso di lanciare e per cui hai girato il video con la regia di Giuseppe Pezzulla che è uscito venerdì scorso.

C.: Sì, esatto. Liberi tutti mi è passata davanti. Nel senso che mi sono passate davanti una melodia e delle parole e le ho catturate subito. Davvero, succede sempre così, è come se le cose mi passassero davanti, ogni volta. All’inizio, col pezzo, non è stato amore a prima vista, non mi ci riconoscevo, ma poi l’arrangiamento di Carolina Bubbico ha fatto in modo che cambiassi subito opinione. Ora, infatti, è il singolo di lancio praticamente!

L.: Poi c’è ancora un’altra figura femminile, la monaca di Monza che diventa la protagonista del pezzo L’amore di Gertrude

C.: Sì, era da tempo che volevo scrivere qualcosa su di lei, su questa monaca che non voleva essere monaca. Una donna a cui è stato impedito di essere tale e di vivere liberamente l’amore per un uomo. La sua vicenda però, in questo caso, mi ha fatto pensare a quello che continua ad accadere, a tutte quelle storie ostacolate, a quelle storie che ci sono ma non proseguono, che nascono ma non trovano il modo per viversi, a tutti quegli amori che pur essendo forti e indicibili, non hanno trovato il modo per concretizzarsi. È la canzone che mi ha fatto soffrire di più… è la canzone che io preferisco, ma che so che potrebbe non piacere agli altri.

L.: L’ultima è Un’altra primavera. Cosa hai voluto esprimere con questo pezzo? A me sembra anche una prosecuzione della precedente, in parte…

C.: Sì. In parte sì. Perché mentre in L’amore di Gertrude canto quasi con rabbia quello che non avrà mai una realtà, qui racconto di quegli amori che anche quando sembrano appassire, svilirsi, distruggersi, rinascono, invece, più forti di prima. Perché c’è un seme imbattibile, forte che non potrebbe mai morire, in alcun modo. Quindi, alla fine, quello che accade, a volte, sono dei passaggi, delle cose che vanno vissute per crescere e rinvigorirsi.

L.: E quindi ora dacci degli appuntamenti… Dove potremo ascoltarti dal vivo?

C.: Il 21 maggio farò un piccolo showcase presso la libreria Ergot a Lecce, poi, il 26 maggio ci sarà la presentazione ufficiale nel bel mezzo del Parco Paduli, a San Cassiano, un posto a cui sono molto legata. E un’altra data molto importante e già in programma è il 12 agosto sul palco del So What Festival a Melpignano con La Municipal, Lo Stato Sociale, Baustelle e tanti altri artisti eccezionali. In quell’occasione suonerò accompagnata da Daniele Vitali, Antonio De Donno, Stefano Rielli, Alessandro Dell’Anna.

Quando spesso incito Cristiana a utilizzare di più i social, a farsi notare, a parlare di sé, lei mi risponde che la imbarazzerebbe troppo, che si tradirebbe. È la musica il suo veicolo, niente altro; io sorrido, la capisco, e ritratto ogni consiglio perché inutile, pretestuoso e, soprattutto, ha ragione lei, nonostante quel che ci accade attorno vorrebbe suggerirci il contrario. Se vedrete arrivare una donna struccata, magari col mascara sbavato perché mentre lo metteva non stava guardando lo specchio, con i capelli arruffati e tirati su alla meglio, con un maglione più largo e una chitarra in mano, è lei. Poi, quando inizierà a cantare, chiudete gli occhi e, senza resistenze, fatevi trasportare; almeno quando ascoltiamo la musica possiamo arrenderci, perdere e perderci.